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LUIGI PELLEGRIN E IL

LABORATORIO DI VIA DEI LUCCHESI

 un libro in fieri di Autori Vari

 

 

Capitolo 4 - Dall'architettura organica ai nostri giorni

LA FORMAZIONE DELL'ARCHITETTO

di Pasquale Cascella © - 14 agosto 2014

 

 

Ciao Michele, come va? Ti scrivo dopo il “tour de force” iniziato il 16 luglio con la partenza per la Colombia e conclusosi con l’arrivo a Mallorca il 4 agosto.

 

E’ stato tutto molto interessante, soprattutto per le conferme ricevute rispetto alle tesi che ho svolto nei miei libri. Però mi auguro che ci sia pure un seguito - di tipo più venale - alla bella “sfacchinata” che ho dovuto fare tenendo, da solo e in spagnolo, un corso di 16 ore a 110 iscritti. Più una conferenza a Bogotà alla Società Colombiana degli Architetti. Per non parlare di tutti gli spostamenti in 4 diversi climi: aria condizionata all’americana sugli aerei, “tierra fria” in Bogotà (soggiorno in una casa storica e bella ma senza riscaldamento) ed escursioni termiche giornaliere anche di 14 gradi (tipo 9° di notte e 23° di giorno), caldo tropicale a Neiva, di nuovo aria condizionata all’americana sugli aerei (ovvero alla cogliona, dato che poi la gente si deve coprire con le coperte) e, finalmente, il caldo dell’estate mediterranea, che a me piace.

 

Per trattare di bioclimatica in contesti climatici così diversi, ho dovuto “adattare” le mie tesi al contesto locale. E ciò è risultato un utilissimo “allenamento” mentale. Consigliabile agli architetti in quanto estremamente utile per comprendere quanto l’architettura debba variare al variare del contesto climatico. Certo gli architetti che progettano senza considerare il clima del sito di intervento - e quello che possono provocare all’interno della costruzione con involucri sbagliati - non capiscono proprio un cazzo di architettura. Se trovo occasioni e mezzi, cercherò di spiegarlo (come ho fatto in Colombia) per il resto della mia vita.

 

 

L’architetto è uno che concepisce e - quando le vicende della vita glielo consentono - realizza:

- progetti alla scala urbana di ristrutturazione o ampliamento delle città;

- strutture;

- involucri bioclimatici ed energeticamente efficienti;

- spazi architettonici funzionali, tendenti alla perfezione in quanto a comfort 

  climatico, acustico e luminoso;

- sistemi costruttivi (incluso l’industrial design).

 

Non dovrebbero nemmeno chiamarsi architetti quelli che si occupano solo di: arredo non integrato nella costruzione (decoracion in spagnolo), estetica della facciata, estetica fine a se stessa, palazzine e villette, grafica. Dico “…che si occupano solo…” perché tutti, per vivere, facciamo anche quello che ci può capitare, ma è diverso continuare a fare ricerca - sia con progetti che con scritti e secondo le proprie possibilità materiali - e non apportare più niente al tema dell’architettura “necessaria” per i nostri tempi. Né dovrebbero chiamarsi architetti quelli che si atteggiano a “bioarchitetti” proponendo la costruzione di villaggi di casette in legno sparsi in tutto il territorio, senza sapere che si tratta di un modello sbagliatissimo rispetto alla sostenibilità ambientale: l’esatto opposto di quello che servirebbe. Tantomeno quelli che pensano di poter utilizzare un involucro studiato per l’Alto Adige in Sicilia. Tutti costoro, anzichè chiamarsi col proprio titolo effettivo (arredatore, scenografo, palazzinaro, villettaro, grafico), sono invece titolati come architetti, “todos caballeros”. Così ti ritrovi tutti questi “architetti”, che non sanno nemmeno dove inizia l’architettura, inconsapevoli di ciò che è effettivamente il mestiere dell’architetto, o incapaci di svolgerlo, che tolgono lavoro a quelli che sarebbero attrezzati per fare questo mestiere in funzione delle esigenze della nostra epoca.

 

Possono ritenersi in qualche modo architetti anche quelli che, con capacità, si occupano di restaurare e tutelare il patrimonio storico-artistico. Certo non faranno mai un progetto interamente di loro concezione, ma svolgono un compito che richiede cultura e vivono in simbiosi con l’architettura antica, quindi con l’architettura.

 

Parlo così con qualche ragione. Ho qualche titolo per parlare di architettura perché, da studente ho seguito un percorso difficile, che ha comportato un doppio (a volte triplo) lavoro già dagli anni giovanili, ma privilegiato. Per capire l’architettura ed apprendere il mestiere dell’architetto presi da studente la decisione di scegliermi i miei maestri, che furono nell’ordine:  Paolo Soleri,  Luigi Pellegrin,  Marcello D’Olivo.

 

La visione delle opere di Soleri, nel 1971 sulla rivista francese “Architecture d’aujourd’hui”, fu la molla che mi indusse a spalancare la porta della visione corretta dell’architettura contemporanea, ovvero dell’architettura proiettata al futuro, indipendentemente dalla sua realizzazione. Ho avuto modo poi di conoscere Soleri di persona nel 2010 e mostrargli la bozza del mio libro “Bioclimatica, storia, tecnica, architettura” che apprezzò dando disposizioni all’archivio di Arcosanti di inviarmi tutto il materiale che mi serviva per questa mia pubblicazione. Se l’opera di Soleri e di altri veri maestri dell’architettura contemporanea non è stata realizzata è perché nel mondo non ci sono autorità politiche all’altezza. Nel mondo stanno proliferando le “megalopoli” perché i sistemi politici sono troppo deboli rispetto alla speculazione. A volte sono addirittura strettamente spalleggiati dagli speculatori di aree urbane. Ciò non toglie che chi vuole fregiarsi del titolo di architetto dovrebbe quanto meno conoscere teorie e progetti sull’architettura e l’urbanistica necessarie in un prossimo futuro. Negli anni ’70, all’università, erano divulgati anche i cosiddetti “utopisti” (P. Soleri, Archigram, Metabolism). Oggi chi studia architettura deve “bersi” la mistificazione che ne hanno fatto troppi beceri ignoranti, impadronitisi di cattedre col servilismo, il clientelismo e il nepotismo, abbeveratisi alle parodie scenografiche dell’architettura del post-moderno prima, del de-costruttivismo poi e del nulla adesso.

 

Poi, alla facoltà di architettura di Roma conobbi Pellegrin, che seguii per più anni fino alla laurea (fu un’impresa dato che da vari anni nessuno era più riuscito a laurearsi con lui). Riuscii alla fine a laurearmi con un “viadotto urbano” - un “vettore” soprelevato che integrava le funzioni urbane di una cittadina del litorale laziale - dopo aver elaborato più progetti che, all’epoca, non portai a termine per inesperienza ma che oggi costituiscono la mia principale “riserva” di idee e soluzioni. In un mio libro ne ho ripreso uno e l’ho portato a termine: un progetto concepito nel 1977 che oggi, più che contemporaneo, mi dicesti che sembra per il futuro prossimo. Partecipai anche ad alcuni studi e concorsi con Pellegrin (habitat prefabbricati, “piramidi” in Sudamerica, soluzioni post-terremoto in Irpinia, habitat per la mostra di Bari). Soprattutto imparai una “metodologia di progettazione”, che mi è stata di fondamentale aiuto durante tutto il percorso professionale. Apprendere dai progetti “alla grande scala”, che erano essenzialmente riservati ai concorsi o alle “proposte progettuali”, fino ai progetti esecutivi delle scuole - Pellegrin ne realizzò negli anni ’70 oltre 150 - era riservato ai pochissimi che avevano la testardaggine e il “fisico” per reggere i suoi ritmi di elaborazione progettuale mentale e disegnata. La produzione continua di progetti nel laboratorio di Via dei Lucchesi avveniva anche per merito e capacità di collaboratori attenti e infaticabili come Carlo Cesana, che all’epoca svolgeva un ruolo di coordinatore e “addestratore” dei tanti disegnatori che passavano per lo studio. Carlo era anche quello che spiegava ai disegnatori, in tarda mattinata, gli schizzi che Pellegrin aveva prodotto durante la notte.

 

In quegli anni seguii in pratica due università parallele, una, di giorno, per potermi laureare con i professori “ufficiali” e l’altra, di notte, a Roma in Via dei Lucchesi presso lo studio-laboratorio di Luigi Pellegrin. In quegli anni, a partire dal 1976, avviai anche il mio studio professionale.

 

Attraverso Pellegrin seppi anche che esisteva Richard Buckminster Fuller, la cui conoscenza può far capire, più di ogni altro, l’approccio che dovrebbe avere l’architetto, nella nostra epoca, verso il proprio mestiere. Senza conoscere almeno qualche principio di Fuller non si può nemmeno balbettare di “sostenibilità ambientale”.

 

Nel 1982, avevo intravisto degli splendidi schizzi a colori di Marcello D’Olivo che promanavano chiarezza progettuale. Pur avendo già il mio studio e i miei clienti, chiesi ad un collaboratore di D’Olivo, Ildebrando Casciotta, di propormi a D’Olivo per coadiuvarlo nell’elaborazione dei progetti che aveva in corso. Ci presentammo insieme portando come biglietto da visita il plastico in cartone che avevamo realizzato per il concorso internazionale “The Peak” ad Hong Kong, cui stavamo partecipando. A D’Olivo il progetto piacque e ci dette anche qualche consiglio per completarlo. L’Ing. Giorgio Caloisi, all’epoca strutturista e partner di D’Olivo nei suoi progetti, si unì a noi nel concorso elaborando tutte le strutture. Consegnato il concorso D’Olivo ci chiese di collaborare ai progetti che aveva in corso e noi, ovviamente, accettammo contenti. Furono mesi molto belli. Era così piacevole tradurre in disegno geometrico, a mano, gli schizzi di D’Olivo (io facevo piante e sezioni e Brando le prospettive) quanto godere della sua compagnia. Io poi gli “rompevo i coglioni” con continue domande su come aveva concepito i primi suoi progetti. Lui inizialmente non aveva voglia, però poi partiva e ci raccontava del suo percorso verso un’architettura contemporanea (“la sintesi di Wright e Le Corbusier”). Nei suoi progetti era sempre proteso a esaltare le capacità strutturali del c.a. e dell’acciaio, sempre volto a realizzare un’architettura armonica con la natura, anche quando si trattava di progettare interi organismi urbani (Lignano Sabbiadoro, Libreville). Vorrei un giorno dedicargli un piccolo testo, perché è un peccato che venga disperso un altro modello di metodologia progettuale, sia architettonica che urbanistica, attualissimo.

 

Quell’esperienza potenziò le mie capacità progettuali e, l’anno dopo, 1983, non a caso, vinsi in Colombia un concorso per la progettazione urbanistica di un intero quartiere popolare e, qualche anno dopo, 1985, elaborai il progetto più importante della mia carriera, anche se non realizzato, “il centro Direzionale-Residenziale, nel quartiere Prenestino di Roma, inserito nello SDO”. Credo di aver trasferito in questo progetto il meglio di quanto avevo appreso da Pellegrin e da D’Olivo.

 

Scusa la digressione, ma sapendo di scrivere a te mi è scappata e comunque ci può servire. La logica vorrebbe che mi mettessi a fare proprio questo: trasferire ad altri tutta l’esperienza progettuale attinta da tali maestri e maturata in una, oramai, quarantennale carriera.

 

Ti allego alcune foto, un caro saluto e buon ferragosto! Lillo

 

 

 

 

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ACKNOWLEDGMENTS

Even the longest journey begins with a first step! Systemic Habitats is online since the 18th of May, 2012. This website was created to publish online my ebook "Towards another habitat" on the contemporary architecture and urbanism; later many other contents were added. For their direct or indirect very important contribution to the realisation of this website, we would like to thank: Roberto Vacca, Marco Pizzuti, Fiorenzo and Raffaella Zampieri, Antonella Todeschini, Ecaterina Bagrin, Stefania Ciocchetti, Marcello Leonardi, Joseph Davidovits, Frédéric Davidovits, Rossella Sinisi, Pasquale Cascella, Carlo Cesana, Filippo Schiavetti Arcangeli, Laura Pane, Antonio Montemiglio, Patrizia Piras, Bruno Nicola Rapisarda, Ruberto Ruberti, Marco Cicconcelli, Ezio Prato, Sveva Labriola, Rosario Fracalanza, Giacinto Sabellotti, all the Amici di Gigi, Ruth and Ricky Meghiddo, Natalie Edwards, Rafael Schmitd, Nicola Romano, Sergio Bianchi, Cesare Rocchi, Henri Bertand, Philippe Salgarolo, Paolo Piva, Norbert Trenkle, Gaetano Giuseppe Magro, Carlo Blangiforti, Mario Ludovico, Riccardo Viola, Giulio Peruzzi, and last but not least the kind Staff of 1&1. M.L.

 

 

 

 

 

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