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LUIGI PELLEGRIN E IL

LABORATORIO DI VIA DEI LUCCHESI

 un libro in fieri di Autori Vari

 

 

Capitolo 1 - Testimonianze

LUIGI(GIGI)PELLEGRIN: UNA VITA CONFUSA CON L'ARCHITETTURA

di Bruno Nicola Rapisarda © - 26 novembre 2012

 

 

LO STUDIO DI VIA DEI LUCCHESI


La mia testimonianza risale al ’68, e si conclude all’inizio del ‘69. Arrivai verso fine anno, coi primi freddi: doveva essere novembre inoltrato. Ero stato introdotto al Maestro dall’architetto con cui avevo collaborato precedentemente, Ruberto Ruberti, che aveva collaborato per lungo tempo col Pellegrin degli esordi, negli anni ’50, allo studio di via Giulia. Fui accolto solo per questa ragione: a quell’epoca il Maestro non accettava studenti ritenendo ingombrante il loro impegno universitario.

 

Lo studio si trovava a Palazzo Lazzaroni in via dei Lucchesi, 26, vicino Fontana di Trevi e l’Accademia di S. Luca (dove avevano studiato, dalla fine del ‘500, gli architetti colti): un luogo simbolico per coltivare il mito dell’architettura. Salii al primo piano tra candelabri forgiati a forma di drago, vetrate piombate, specchiere barocche. Quell’atmosfera zeppa di storia mi suscitò un fascino esaltato da cui fui subito travolto.

 

L’atrio d’ingresso dove regnava la segretaria era d’una modernità essenziale: nessuna concessione al caso ed ancor meno alla bizzarria. Da lì s’accedeva alla sala riunioni per gli incontri di rappresentanza. A destra dell’atrio un corridoio portava al laboratorio dove si producevano i progetti. Le stanze erano disposte tutte sul lato sinistro e s’affacciavano sulla Via.

 

La prima stanza che s’incontrava era la sala dei collaboratori coi tavoli da disegno invariabilmente orizzontali, dotati di parallelineo (nessun aborrito tecnigrafo). Da quella stanza s’entrava nello studio privato del Maestro: lì s’aprivano altre misteriose porte, una consentiva l’accesso direttamente dal corridoio. In fondo a quest’ultimo s’arrivava all’opificio dove si realizzavano plastici, prospettive, “tavole” a colori, foto, ………Quel laboratorio lo ricordo gremito dell’armamentario che caratterizza il problematico mondo dell’architetto: i carrelli di servizio coi materiali da disegno, rotoli di carta lucida, ripiani con campioni e schede tecniche di materiali edili, manuali d’architettura, plastici che pendevano dal soffitto, calchi di gesso, quadri invariabilmente astratti, libri sparsi un po’ dovunque, miscellanee di varia umanità: in quella distribuzione stocastica di forme iconiche avvertivo un’intenzionalità che fui incapace d’indagare.

 

Quando arrivai io i collaboratori erano cinque, oltre alla segretaria. Tra gli altri voglio ricordare Giulio Basso, il più antico e fedele dei collaboratori: un geometra convertito da Pellegrin all’architettura. Scusate se colgo l’occasione per commemorarlo. Giulio va ricordato come l’apostolo della fede nel Maestro, l’unico di noi cui era consentito chiamare familiarmente “Gigi”, l’Architetto e, come ogni osservante, non nutriva dubbi che la sua vita potesse avere altro scopo.

 

Con regolarità eseguiva il suo compito d’esperto disegnatore tecnico: veloce, metodico, preciso. Giulio aveva il suo “stiratore” proprio all’ingresso della sala, per non perdere tempo perché non ce n’era mai abbastanza. Lui utilizzava sue speciali tecniche per velocizzare il lavoro: ad esempio, dopo aver tagliato dal rotolo il foglio di carta lucida occorrente, lo stendeva sul piano e lo “radeva” tutto su una faccia con la lametta per togliergli la patina che avrebbe ritardato l’assorbimento della china, poi eseguiva tutte le righe orizzontali del disegno, quindi, le verticali, sicuro del risultato finale. Periodicamente, con la taglierina, rifaceva da sé il filo al suo parallelineo di legno, non fidandosi d’altro. Tutto questo non l’ho mai visto fare da nessuno: era veramente impareggiabile. Ciao Giulio, ovunque tu sia.

 

Tra i collaboratori “storici” ricordo Carlo Cesana e Marta Daretti: di loro non parlerò poiché, fortunatamente, sono qui tra noi e non debbono essere commemorati. Gli altri erano aiuti occasionali e variavano di numero in base alle necessità: gli studi di architettura, quelli veri, sono dei mantici che si dilatano e si comprimono al variare del respiro che richiedono i progetti da eseguire. Tutti e tre (gli “storici”) nutrivano un’assoluta stima nel Maestro: quando arrivava un nuovo progetto Pellegrin consentiva a tutti di cimentarsi nel cercarne la soluzione ma loro stessi, pur applicandosi nel tentativo, ammettevano che la soluzione, quella “vera”, l’avrebbe trovata sicuramente lui, “l’Architetto”. Quante volte nel mio studio ho sperato di suscitare lo stesso fascino ma, al di là delle differenze, la mia generazione è stata l’ultima a coltivare miti, ideologie, utopie. Ora tutto questo, fortunatamente, è finito. Speriamo che sia rimasto almeno l’impegno nei confronti della vita: l’incessante bisogno di sperimentarsi fuori dalle convenzioni per non dover constatare, infine, d’essere stati “superflui”.

 

(segue)

 

 

 

 

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ACKNOWLEDGMENTS

Even the longest journey begins with a first step! Systemic Habitats is online since the 18th of May, 2012. This website was created to publish online my ebook "Towards another habitat" on the contemporary architecture and urbanism; later many other contents were added. For their direct or indirect very important contribution to the realisation of this website, we would like to thank: Roberto Vacca, Marco Pizzuti, Fiorenzo and Raffaella Zampieri, Antonella Todeschini, Ecaterina Bagrin, Stefania Ciocchetti, Marcello Leonardi, Joseph Davidovits, Frédéric Davidovits, Rossella Sinisi, Pasquale Cascella, Carlo Cesana, Filippo Schiavetti Arcangeli, Laura Pane, Antonio Montemiglio, Patrizia Piras, Bruno Nicola Rapisarda, Ruberto Ruberti, Marco Cicconcelli, Ezio Prato, Sveva Labriola, Rosario Fracalanza, Giacinto Sabellotti, all the Amici di Gigi, Ruth and Ricky Meghiddo, Natalie Edwards, Rafael Schmitd, Nicola Romano, Sergio Bianchi, Cesare Rocchi, Henri Bertand, Philippe Salgarolo, Paolo Piva, Norbert Trenkle, Gaetano Giuseppe Magro, Carlo Blangiforti, Mario Ludovico, Riccardo Viola, Giulio Peruzzi, and last but not least the kind Staff of 1&1. M.L.

 

 

 

 

 

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