a collective e-book in progress

 

LUIGI PELLEGRIN E IL

LABORATORIO DI VIA DEI LUCCHESI

 un libro in fieri di Autori Vari

 

 

Capitolo 2 - Sulle radici del suo messaggio

IL PERCORSO E 

IL PENSIERO DI LUIGI PELLEGRIN

di Carlo Cesana © - 10 ottobre 2012 - 3 novembre 2012

riveduta e ampliata - 14 febbraio 2014

 

 

Il silenzio ed il disinteresse mostrato dalla cultura architettonica per la figura di L. Pellegrin, scomparso nel 2001, e la mancanza di una lettura critica della sua ampia produzione intellettuale, hanno procurato un vuoto storico sollecitando un pressante bisogno di approfondimento della poliedrica personalità espressa attraverso i suoi molteplici interessi.

 

Le tematiche da lui affrontate e a cui ha dedicato notevole impegno, oltre quelle relative alla lunga e intensa attività professionale, si possono riassumere in: elaborazione di ricerche varie per insediamenti alternativi; raffigurazioni di visioni e di scenari futuribili; pubblicazione di saggi di storia dell’architettura moderna, di articoli, riflessioni e scritti vari sulla interpretazione della storia evolutiva dell’uomo; trasmissione del suo pensiero ai giovani attraverso l’attività didattica universitaria.

 

Esaminando quindi la sua produzione artistica e intellettuale, sorgono alcune domande su citazioni o riferimenti spesso ricorrenti per interpretare in profondità l’essenza del suo percorso operativo e, soprattutto, del suo pensiero:

 

- quale è la molla che lo conduce così insistentemente nella ricerca di sistemi insediativi alternativi alla prassi edilizia adottata dall’uomo negli ultimi secoli?

 

- perché ricorre spesso ad una visione cosmica nell’esaminare il processo storico evolutivo dell’uomo e del contesto naturale in cui è inserito? Come ad esempio nella metafora del dialogo tra l’Elfo e l’uomo nell’opuscolo “verso il progetto”?

 

- perché in ogni occasione in cui si dibatte dei problemi insediativi sente il bisogno di premettere riferimenti al mondo antico e soprattutto alle civiltà primitive?

 

 

A queste domande, data la complessità dei suoi messaggi e la particolare originalità del suo pensiero, si possono formulare alcune risposte:

 

- egli è convinto, innanzitutto, che la nostra civiltà, nel modo in cui si è sviluppata, è incompatibile con le risorse, con la vocazione e con le necessità vitali del pianeta. Delle nostre civiltà critica sopratutto le modalità di uno sfrenato sviluppo territoriale basato sulla proprietà, su un consumo incontrollato delle risorse e su una crescita industriale fondata essenzialmente sui beni di consumo che si sono manifestate negli ultimi secoli, in cui la popolazione mondiale è aumentata ed aumenterà in modo esponenziale con la prospettiva di un futuro collasso. Spesso ci si ricorda che il pianeta è vivo solo quando siamo investiti dalle cosiddette calamità naturali, le quali si verificano sempre più frequentemente. Ma per quanto tempo ancora il pianeta è nelle condizioni di poter sopportare una invasività cosi pressante da parte del genere umano?

 

- non rifiuta invece l’enorme patrimonio delle scoperte scientifiche e tecnologiche acquisite dalla nostra civiltà nei vari secoli, anzi, da attento lettore, ne utilizza le implicazioni per indagare e scoprire le modalità e le radici che ne hanno determinato lo sviluppo.

 

- il suo punto di osservazione e di lettura, sia dei fenomeni chimico-fisici che condizionano la vita del pianeta, sia dell’evoluzione umana e delle altre forme di vita, è fuori dal contesto, come se osservasse il pianeta dallo spazio e ne esaminasse le mutazioni tramite le leggi cosmiche.

 

- quando si riferisce al mondo antico ed alle civiltà primitive non è per nostalgia, ma per recuperare alla civiltà odierna il rapporto di reciproco rispetto e di equilibrio che esse avevano nei confronti del pianeta e del cosmo.

 

- il suo pressante messaggio quindi è quello di adoperarsi ad utilizzare l’enorme patrimonio scientifico e tecnologico fin qui acquisito per disporsi al recupero di quel rapporto e di quell’equilibrio primordiale con il pianeta, non contro; indicando possibili e diverse metodologie insediative di sviluppo compatibili con le necessità future. Per l’umanità è un percorso difficile e rivoluzionario. Ma nelle immagini elaborate in alcune delle ultime ricerche utopiche denominate “vettore habitat a scala geografica”, risulta evidente un possibile futuro senza conflittualità tra uomo e pianeta.

 

 

 

IL SEGNO E IL DISEGNO

 

Nel testo introduttivo al catalogo dei suoi disegni “Alle porte dell’architettura”, in occasione della mostra del 92 nella galleria Stefania Miscetti, Pellegrin scrive:

 

“ Dove nasce il segno? Non lo diciamo quasi mai a parole.

E’ da tempo che interroghiamo prevalentemente la scrittura che ne fu filiazione.

Il segno nacque quando gli uomini iniziarono a interrogare il silenzio ottenendo stasi di rumore che impedivano a qualsiasi verità di erigersi in muro fermo in dogma. ” ……

 

e più avanti:

 

……“ Prima fu il SEGNARE. Da tempo è diventato DISEGNARE.

Noi certo siamo dentro il disegno.

Loro, quelli che incidevano la roccia in Val Camonica e che scavavano solchi lunghi chilometri in Perù, erano uomini del Segno. Dell’indicare.

Del fermare attenzione e corpo onde prepararli ad accogliere la Direzione.

Forse era la direzione della salvezza fisica, della protezione dai flussi malefici e dell’andare verso il cielo armati di una immagine passaporto, e altro.” …..

 

Pellegrin è un uomo di vasta cultura; attento agli avvenimenti relativi alla storia ed allo sviluppo della società di cui criticamente ne seleziona e ne assorbe le novità; è dotato anche di una grande capacità e sensibilità nel disegno e nel saperne interpretare i significati.

Nella lettura delle diverse fasi evolutive dell’uomo primitivo e dei successivi sviluppi, attribuisce prioritariamente un particolare valore ai segni ed alle figure incise nelle rocce in cui vede l’indizio fondamentale del bisogno di comunicazione, da cui discendono le prime forme di aggregazione sociale. In questo contesto il segno, in se di natura astratta, assume vari significati che, a secondo delle circostanze in cui si manifesta, può incidere nell’evoluzione delle relazioni sociali e ne può determinare specifici indirizzi. Il segno quindi è uno dei primi strumenti significanti di immediata lettura appresi e utilizzati dall’uomo. Anche un concentrato di energie come le grandi opere architettoniche emergenti sull’orizzonte, realizzate dalle società dell’antichità, hanno assunto valore di segno alla grande scala del paesaggio.

 

La scrittura invece, derivata dall’elaborazione del segno, è uno strumento di trasmissione più complesso che necessita di un lungo processo di acculturazione, sviluppatosi in seguito al formarsi di società più evolute e complesse con esigenze organizzative più efficienti. A questo proposito si ricorda che fin verso la fine del 900 si misurava il grado di civilizzazione nel mondo attraverso la percentuale di alfabetizzazione, senza tenere in conto la saggezza, il rispetto e l’equilibrio con la natura che quei popoli, distinti come “terzo o quarto mondo”, ancora praticavano.

 

Nel suo pensiero, comunque, il segno è predominante nel processo progettuale e frequentemente lo utilizza come strumento di sintesi per avviarne lo sviluppo formale. Nelle sue opere, di organismi edilizi o di insediamenti territoriali, è riconoscibile la matrice di un segno, sempre aperto, per la definizione dinamica di flussi opportunamente direzionati che, secondo la sua interpretazione, rappresentano le caratteristiche della modernità. In questo modo le torsioni del segno permettono soluzioni di tipologie edilizie ricche di complessità e di una varietà di ambiti spaziali differenziati sia nello svolgimento planimetrico che in quello altimetrico.

 

Sempre dal testo del su citato catalogo scrive ancora:

 

….. “L’ombra del costruito. Non so se è quello che senza saperlo ho cominciato senza scopo a disegnare.

Credevo di vedere forme abitabili nello spazio; un modo di godere della terra-pianeta da adulti; il parziale distacco dalle mammelle.

Non disegnai più per anni – non volevo più pretendere, da sciocco, di pensare ancora da architetto in un tempo che sa vivere male, senza luogo.

Pochi anni fa ho ricominciato a disegnare, ancora senza saperlo, il prima del possibile progetto, il luogo dove il progetto potrebbe accadere.

Era un visualizzare un frammento della fisionomia dell’universo pensabile?

Era un verificare se l’alienità (l’ARTIFICIALE) prodotta dall’uomo proiettata nella disponibilità dello spazio è meno aliena?

Non ho chiesto.

So che la faccia dell’aborigeno australiano e la sagoma dello STEALTH coabitano volentieri nella mia mente.

Forse sono due fasi del PRIMORDIALE; primordiale A e B.

Quei disegni sulle pareti possono anche essere visti come due primordiali messi insieme.” ……

 

Anche se con qualche iniziale dubbio sull’opportunità di soddisfare un desiderio inconscio, questa lunga sequenza dei suoi disegni rappresenta un impellente bisogno di manifestare la sua visione di possibili e libere aggregazioni abitabili che a volte fluttuano nello spazio e a volte si calano nei contesti dei variegati paesaggi naturali. In alcuni di questi disegni, sembra come se avesse cancellato dalla sua mente tutta la storia della civiltà dell’uomo e ci raccontasse una diversa storia evolutiva susseguente al mondo primordiale; in altri prende spunto dalla storia per visualizzarne una rilettura critica; in altri ancora ci propone la visione di un possibile riutilizzo di forme primordiali.

Comunque quelli che caparbiamente ci mostra sono disegni che, come lui li ha definiti “il prima del possibile progetto”, rappresentano un corollario alle sue ricerche per la definizione di modalità insediative in conformità alla naturale attitudine del pianeta ad accogliere sulla sua crosta superficiale escrescenze e radici, non insediamenti sovrapposti e diffusi alla scala geografica, come sta avvenendo.

 

 

 

L'ARCHITETTURA

 

Scrive Pellegrin nel testo introduttivo al catalogo dei suoi disegni “Alle porte dell’architettura”, in occasione della mostra nella galleria Stefania Miscetti:

 

….. “Era il dopo della lunga glaciazione. Decisero nella loro ambizione di umani, un luogo nuovo, fermo fra i luoghi mutanti. Un luogo costruito per via di innovata chimica, (qualcosa come il plutonio arricchito di oggi) che si sposava all’accoglimento dinamico della energia che unisce NOI terrestri al non terrestre, la forza di gravità.

Usare la forza di gravità per dare forma al luogo e contenervi l’energia più preziosa, più difficile da produrre o impossibile da rubare: la forza psichica.

Forza di gravità, risucchio, accoglienza formata dalle emanazioni psichiche.

Era il luogo principe, l’Architettura.

Luogo che non fosse tangibile dal rumore, dalla tempesta, dal trapasso dalla fase di mutamento, la morte.

Capirono bene che la materia reale per realizzare quel luogo principe era lo SPAZIO, il vuoto di fisicità che permette a tutto l’invisibile di visitarlo, impregnarlo.” …….

 

Scrive ancora nel capitolo “per ri-sapere frammenti di architettura” estratto dal volume “un percorso nel potenziare il mestiere del costruire”:

 

“E’ per me illegittimo parlare di DEITA’ o di ENERGIE INVISIBILI CARICHE DI INTENTO.

Ma se parlo di Architettura è soggetto inevitabile.

Più forti le DEITA’ pensate in cielo, più POTENTI le architetture costruite a terra.

Pensare l’astratto e costruire concretezze significanti.

Fu un modo efficiente, una presunta o usata legittimazione divina per imporre le leggi della Specie Umana alla Terra.

Ma quella architettonica è una categoria fisicamente marginale.

Dipende ed è parte della categoria primaria che ha rivoluzionato il rapporto tra Uomo e Pianeta: il COSTRURE.” ……

 

 

E nel capitolo successivo “l’evoluzione delle radici del costruire” dello stesso volume:

 

….. “ Costruire divenne il rendere un’eruzione della terra forma stabile, un concentrato di energia reso SEGNO contemporaneamente di se stesso e della volontà di segnare di umano la scala del naturale, il paesaggio terrestre.

Fu richiesta di deità o di energie sconosciute?

L’Architettura fu anche questo, risposta a energie, a impulsi non codificabili.

Da ciò deriva che l’architettura non può essere mestiere.” …..

….. “ Il mestiere di COSTRUTTORE è la realtà prevalente da millenni.

L’architettura che non è prevalente, non è risultato di mestiere, è risultato di impulso, di intento.

Impulso che può affiorare spontaneamente, ma più spesso è impulso indotto da una forte richiesta appoggiata da forte potere, o da grande porzione di amore.

L’Architettura non è parente della necessità, è impulso dovuto ad ambizione superiore che si estende ben oltre il potenziamento dell’individualità, si estende a segnare la terra o a coagulare in spazio costruito le intenzionalità di una Società Umana.

L’Architettura deve essere richiesta.” …..

 

Da queste sue riflessioni si evince che solo una forte richiesta di deita’ o di energie invisibili cariche di intento possono produrre edifici definibili come Architettura, cioè uno spazio, luogo principe, per contenervi le energie più preziose: quelle psichiche.

Per rendere ciò possibile è necessario che si manifesti una pressante determinazione di comunità sostenute dai poteri che detengono la legittimazione divina.

 

A pagina 25 del sopra citato volume “un percorso nel potenziare il mestiere del costruire” sono riprodotte quattro immagini: pianta del canopo di villa Adriana a Tivoli, interno della cupola del Pantheon, stampa del complesso di Angkor Wat in Cambogia e la facciata della cattedrale di Reims in Francia; titolo della pagina è “IL NON LOGICO” con sottotitolo: “l’emergere, in varie stagioni e vari luoghi, di macro-mound di sostanza iper-architettonica”. Il significato più convincente anche qui è che la categoria Architettura è sopra o fuori dalla logica del costruito.

 

Questo bisogno di “non logico” si è manifestato soprattutto nel mondo antico, quando la divinità era necessaria ad acquisire energie per il superamento degli ostacoli naturali e per affrontare i problemi di sopravvivenza e quindi permettere lo sviluppo della società. Nel mondo moderno il bisogno di Deità si manifesta nell’appartenenza alle varie religioni già consolidate, ognuna delle quali dispone di tipologie spaziali e assembleari ormai codificate che vengono replicati con ridotte qualità in caso di nuove richieste. Risulta quindi evidente ritenere che nuove Architetture non logiche nella nostra civiltà, contraddistinta dal più alto grado di acculturazione, difficilmente possano essere realizzabili.

 

Dichiarando inoltre che l’Architettura non può essere frutto del mestiere e che è una categoria quantitativamente infinitesimale del Costruito, è anche plausibile l’interpretazione che il suo pensiero distingua tre categorie:

 

- l’Architettura, fisicamente marginale;

 

- il Costruito con alti criteri qualitativi;

 

- il Costruito più diffuso senza alcuna qualità.

 

 

Non è casuale quindi che la decisione di intitolare il citato volume “un percorso nel potenziare il mestiere del costruire”, curato personalmente da lui negli ultimi anni, è una ulteriore dimostrazione delle argomentazioni sopra riportate; è inoltre un modo per differenziarsi dalla cultura architettonica vigente; ed è anche un impegno etico per lanciare un messaggio e per indicare e trasmettere una metodologia del Costruire con alti requisiti qualitativi attraverso un continuo e caparbio lavoro di ricerche tipologiche e tecnologiche. Alla fine di una lunga carriera professionale, tale è la ponderata conclusione che Pellegrin vuole trasmetterci, anche se in contrapposizione alla lettura che ne fanno gli storici dell’architettura.

 

 

 

 

METODOLOGIA OPERATIVA

 

Anche se inascoltato e ignorato, il valore e l’insegnamento dell’opera di Pellegrin nell’ambito della cultura architettonica del 900 è stato soprattutto quello di aver ricercato ed applicato metodologie progettuali diversificate nell’ambito dell’organizzazione urbana e territoriale in contrapposizione alla prassi vigente della pianificazione ritenuta da lui insufficiente per promuovere qualità edilizia e, spesso, causa di speculazioni immobiliari. Queste ricerche si fondano sull’esperienza acquisita in una intensa attività professionale, sopratutto nel settore dell’edilizia pubblica, con proposte progettuali basate sulla adozione di soluzioni tipologiche e tecnologiche innovative e di soluzioni spaziali aperte che hanno contribuito all’evoluzione del costume sociale.

 

Tutte le ricerche sull’organizzazione urbana e territoriale effettuate da Pellegrin, classificate dalla “cultura” come utopiche o visionarie, sono il risultato di una sua particolare attenzione e di una sua personale lettura critica delle progressive accelerazioni evolutive e involutive che coinvolgono le società e che si verificano e si sviluppano dopo gli anni 60 in tutti i settori di attività dell’uomo. Il suo interesse, rivolto principalmente alle scoperte scientifiche è finalizzato ad avere un quadro panoramico entro cui ricercare le migliori condizioni di vita per consentire all’uomo moderno di poter riscoprire condizioni di equilibrio ed armonia con l’universo circostante, in modo equiparabile alle civiltà primitive.

 

Nel suo discorrere e nei suoi scritti ricorre sempre un particolare interesse per le culture dell’uomo primitivo, delle prime civiltà formatesi e di quelle comunità ancora oggi presenti nei cosiddetti paesi del terzo mondo che vivono secondo le più antiche tradizioni. Attraverso la lettura delle opere pervenuteci nei contesti territoriali dei loro insediamenti, avverte la necessità di capirne i rapporti con il mondo circostante, con gli eventi di trasformazione del pianeta, con l’energia trasmessa dall’universo, con le esigenza di soprannaturale; in sostanza di interpretarne e di scoprirne le radici profonde e autentiche, depurate dalle incrostazioni culturali postume, al fine di recuperare un equilibrio di bisogni e aspettative primari necessari ad avviare un processo di revisione della nostra società dei consumi.

 

La sua concezione etico professionale lo spinge nella ricerca di proposte per insediamenti territoriali con habitat più sostenibili per le varie attività umane e più compatibili rispetto alla tutela delle risorse del pianeta: che superino cioè i vari fenomeni di spreco e di insalubrità dovuti alle modalità organizzative dell’attuale società.

 

La traduzione propositiva rispetto a tali considerazioni si sviluppa nella ricerca di metodologie di intervento da adottare sopratutto nelle grandi periferie con l’intento di ridurre il consumo di territorio e di favorire condizioni migliori di assetto sociale. L’impiego del grattacielo o l’utilizzo dei pilotis si sono rivelati tentativi insufficienti. Impiegando invece tecnologie per la costruzione di ponti e viadotti, Pellegrin propone sistemi di insediamenti lineari o reticolari alla grande scala sollevati dal terreno tramite sistemi puntiformi di piloni contenenti i collegamenti verticali. Così facendo il terreno sottostante, riacquisite le radiazioni solari, non è più spazio negativo, come nel caso dei pilotis, ma assume particolari caratteristiche qualitative di spazio pubblico adatto a soddisfare varie esigenze della comunità. In questo contesto il servizio di trasporto, su gomma o su rotaia, è pubblico ed è previsto con sistemi di collegamento in sospensione, ”vettori”, adattabili a contenere le infrastrutture tecnologico-impiantistiche, che variano a secondo delle necessità distributive (unità di vicinato, centri di interesse collettivo, trasporto merci, ecc.), e che si interconnettono alla viabilità primaria attraverso appropriate stazioni di scambio dotate di adeguati autosilo e centrali di smistamento impianti.

 

Alla radice di queste proposte c’è una sua personale lettura della storia evolutiva dell’uomo, il quale, abbandonato l’ambiente arboreo della foresta ed essere disceso nella savana in posizione eretta, ha avuto per vari millenni l’aspirazione a sollevarsi verso l’alto, ad occupare cioè la fascia atmosferica soprastante ed oltre (le piramidi, il gotico, Icaro ecc.), come in parte effettivamente verificatosi nell’era moderna, ma in modo temporaneo e solo attraverso mezzi di trasporto. Inoltre nella lettura dei fenomeni planetari, Pellegrin osserva che la crosta terrestre, nella sua dipendenza dal coagulo di materie ed energie in perpetua trasformazione nel suo interno e nella sua evoluzione fino al verificarsi degli eventi che hanno permesso la nascita e lo sviluppo delle specie viventi, si è attrezzata ad accogliere RADICI, permettendo libertà di movimento alle specie animali, ma non ad essere usata come base di appoggio per sostenere gradi distese di manufatti e altro. Le più antiche civiltà umane non hanno sovrapposto le piramidi sulla superficie terrestre, ma, in simbiosi con il paesaggio terrestre, hanno prodotto delle escrescenze naturali caricandole di significati spirituali e cosmici.

 

Invece l’uomo moderno, avendo dilatato a dismisura l’idea di città dei popoli antichi, ha permesso la formazione di una crosta artificiale sovrapposta alla crosta terrestre, modificandone l’oroidrografia in modo tale che, non solo provoca il soffocamento alle necessità di “respirazione” del pianeta, ma ostacola e riduce la libertà di movimento dell’uomo, costretto così a ricorrere ai mezzi di trasporto meccanici, la cui incontrollata diffusione ha reso insostenibile il carico sulla viabilità disponibile. Tutto ciò ha ampliato la superficie di crosta artificiale, rendendo l’uomo schiavo della macchina e insalubre l’ambiente cittadino. Con queste modalità la vita nelle città e soprattutto nelle periferie delle megalopoli non è più sostenibile.

 

Proprio in questi giorni (sett. 2012) il Ministero delle politiche agricole italiano ha emanato un disegno di legge per porre un limite al consumo di territorio agricolo in base alla constatazione che “negli ultimi 40 anni è stata cementificata una superficie di 5 milioni di ettari, pari all’estensione di Lombardia, Liguria ed Emilia Romagna”!

 

Certamente le proposte di Pellegrin presuppongono cambiamenti consolidati soprattutto nella normativa urbanistica e nelle procedure di appalto. Ma, fra i tanti quartieri realizzati di edilizia sovvenzionata nelle periferie di varie città italiane, è ragionevole ritenere che la realizzazione di un intervento secondo le metodologie da lui sostenute sarebbe stata senz’altro possibile se gli operatori responsabili delle valutazioni operative avessero avuto una percezione critica più lungimirante.

 

 

 

 

TECNOLOGIE E LAVORO

 

L’attenzione di Pellegrin alle tecnologie da adottare, con riguardo anche alla esatta individuazione delle fasi e delle procedure di lavorazione per rendere snello e sicuro il cantiere edile, sono sempre state alla base del suo pensare l’organismo architettonico nel processo progettuale. Egli, disponendo per di più di una grande sensibilità per la materia di cui intuitivamente ne valuta peso, resistenza e consistenza, utilizza contemporaneamente metodologie di progetto con frequenti salti di scala e definizioni in dettaglio per verificarne la fattibilità, la coerenza formale, spaziale ed i costi.

Le dinamiche del mondo del lavoro inizia ad apprenderle sin da ragazzo partecipando negli anni trenta alla vita di cantiere, dove il padre dirige la squadra dei carpentieri in una comunità di artigiani ed operai friulani ingaggiati per la costruzione del sanatorio Buon Pastore in via di Bravetta su progetto e direzione dell’architetto Brasini. La forte e coinvolgente personalità dell’architetto lo indirizza verso gli studi artistici e, con l’esperienza acquisita, quando più tardi affronta i problemi della professione, lo spinge a tenere in particolare considerazione gli aspetti sociali e di sicurezza sul lavoro.

L’adozione quindi di sistemi di prefabbricazione che comportano, fra l’altro, l’inutilità delle impalcature, sono legate strettamente anche ai processi di emancipazione della classe operaia nel settore dell’edilizia. Con l’industrializzazione dell’edilizia l’operaio ha l’opportunità di specializzarsi nelle lavorazioni in stabilimento ed in quelle di assemblaggio dei componenti prefabbricati in cantiere, aumentando quindi le proprie capacità professionali. I rischi per la sicurezza in queste operazioni sono molto più ridotti, circoscritti e di facile controllo rispetto alle operazioni di un cantiere tradizionale. Questi sistemi, con tecnologie in cemento o in acciaio, inoltre permettono di ottenere risparmi sui costi di costruzione, sui tempi di esecuzione e sui costi per la sicurezza in cantiere.

 

In un altro ambito dei sistemi di prefabbricazione, è molto interessato a sperimentare l’impiego di tecnologie basate sulla produzione industriale di componenti in resina poliestere rinforzata con fibre di vetro. Le particolari caratteristiche che questo materiale possiede, alto grado di coibentazione, leggerezza, autoportanza e costi contenuti, sono molto indicati e adatti per l’impiego in alcuni settori dell’edilizia scolastica, residenziale e turistica. Elabora quindi vari progetti di sistemi applicativi adatti a tipologie monopiano e, con l’ausilio di supporti cementizi, di più piani, realizzando anche prototipi dimostrativi esposti in varie fiere dell’edilizia; propone un sistema brevettato particolarmente adatto all’emergenza in caso di calamità naturali; realizza anche in Arabia Saudita molte scuole specificatamente idonee al clima desertico. Indaga inoltre sulle possibilità di utilizzo in edilizia di un macro componente a forma di tubo (lunghezza 12 m e diametro 3,60 m) prodotto con sistema automatizzato e composto di materie plastiche. Anche qui, dato la facilità di produzione con costi contenuti, propone varie modalità di impiego soprattutto nel settore turistico alberghiero.

In alcune ricerche eseguite sui sistemi di insediamento urbano, applica il concetto di industrializzazione alla grande scala inventando il componente urbano, definito “mattone”. Avvalendosi delle tecnologie in c.a. di ponti e viadotti, tali componenti vengono realizzati attraverso l’assemblaggio di elementi prefabbricati per la formazione di setti o piloni verticali e di travature primarie e secondarie portanti. Si ottiene così, sopraelevata dal terreno naturale, una tessitura reticolare predisposta per il sostegno e/o per la sospensione di strutture edilizie varie da realizzare con l’impiego di tecnologie leggere. Per quanto riguarda il sistema di sospensione, tali modalità costruttive si possono osservare, nell’istituto tecnico industriale Buon Pastore realizzato nel 1983 in via Bravetta a Roma.

 

Sull’impiego di queste innovazioni tecnologiche viene a trovarsi particolarmente impegnato a dimostrare, contro le critiche della cultura architettonica, che l’adozione di sistemi industrializzati non limita o preclude la libertà di immaginazione del progettista. A tal fine la sua attività dimostra che in ogni sistema preordinato è possibile introdurre nuovi componenti compatibili per la risoluzione di particolari esigenze progettuali e per caratterizzare qualitativamente parti dell’edificio. Tali modalità costruttive e innovative sono testimoniate dalla cospicua attività professionale svolta soprattutto negli anni 70 e 80 nel settore dell’edilizia scolastica. Questi edifici, in gran parte tuttora in esercizio, sono state realizzati con svariati sistemi ideati da lui in collaborazione con diverse imprese.

In questo settore, oltre l’impegno tecnologico, per Pellegrin lo spazio didattico deve avere la capacità di trasmettere ai fruitori le proprie qualità strutturali e materiche. Ogni componente deve poter essere chiaramente percepito nella sua funzione strutturale esprimendo la sua natura autentica. Quindi, non solo spazio aperto e leggibile con chiarezza nella molteplicità delle disposizioni funzionali, ma anche scuola aperta e disponibile al mondo circostante per l’utilizzo degli spazi sociali in orari extra scolastici.

 

Si deve riconoscere che sotto l’aspetto sociale la costanza e l’impegno professionale di Pellegrin determina risultati significativi, perché trasmette ai fruitori delle sue opere comportamenti più aperti e trasparenti e perché nel mondo del lavoro in edilizia trasmette e stimola sia le imprese a operare con sistemi tecnologici più innovativi, sia i lavoratori a migliorare la loro capacità professionale.

 

Nel processo di trasformazione della società italiana alla fine degli anni settanta, si diffonde il rifiuto alla incontrollata cementificazione avvenuta nel dopoguerra a causa soprattutto della speculazione edilizia. Ha inizio quindi una diffusa rivalutazione del patrimonio edilizio antico che, con finanziamenti sia pubblici sia privati tramite la crescita del reddito pro capite, permette consistenti investimenti in restauri e ristrutturazioni sia in ambito cittadino che nei centri storici e nei borghi distribuiti sul territorio che cosi vengono rivitalizzati con onerosi interventi per la dotazione di infrastrutture. Spesso però ciò avviene sulla spinta di atteggiamenti nostalgici, sul presupposto che qualità è sinonimo di antico, sul considerare acriticamente positiva la cultura del “riuso” senza distinzione dei fattori qualitativi, funzionali ed economici. In questa dinamica diventa inevitabile l’estinzione della fiorente industria della prefabbricazione edilizia italiana che si era fin qui sviluppata e che purtroppo preferì uniformarsi alle richieste del mercato nazionale piuttosto che tentare di esportare la tecnologia acquisita nei mercati esteri.

 

Carlo Cesana

 

 

 

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Nota della Redazione - Questo scritto di Carlo Cesana è il nocciolo della questione. Preghiamo il lettore di sottoporlo ad attenta meditazione. L'architetto Carlo Cesana è stato per ben quindici anni uno dei più stretti collaboratori di Pellegrin, il suo braccio destro, valoroso compagno d'armi, ed in particolare Egli è il più titolato tra tutti coloro - e sono molti, e non possiamo nemmeno citarli tutti, seppure tra loro si annoverino alcuni tra gli Amici di Gigi menzionati in questo sito -, i quali possono dire di aver condiviso a fondo l'immane lavorio dell'esplorazione pellegriniana, e di essere in grado di meditarne, tarsmettercene il senso e il valore sempinterno. Ricerca "trovata", mai fine a se stessa, mai autoreferenziale:  questo sul piano prettamente tecnico. Sul piano spirituale: vera ricerca della verità, quella Loro, generata per il presente, proiettata verso il futuro dalla sede del Laboratorio di Via dei Lucchesi.


 

 

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ACKNOWLEDGMENTS

Even the longest journey begins with a first step! Systemic Habitats is online since the 18th of May, 2012. This website was created to publish online my ebook "Towards another habitat" on the contemporary architecture and urbanism; later many other contents were added. For their direct or indirect very important contribution to the realisation of this website, we would like to thank: Roberto Vacca, Marco Pizzuti, Fiorenzo and Raffaella Zampieri, Antonella Todeschini, Ecaterina Bagrin, Stefania Ciocchetti, Marcello Leonardi, Joseph Davidovits, Frédéric Davidovits, Rossella Sinisi, Pasquale Cascella, Carlo Cesana, Filippo Schiavetti Arcangeli, Laura Pane, Antonio Montemiglio, Patrizia Piras, Bruno Nicola Rapisarda, Ruberto Ruberti, Marco Cicconcelli, Ezio Prato, Sveva Labriola, Rosario Fracalanza, Giacinto Sabellotti, all the Amici di Gigi, Ruth and Ricky Meghiddo, Natalie Edwards, Rafael Schmitd, Nicola Romano, Sergio Bianchi, Cesare Rocchi, Henri Bertand, Philippe Salgarolo, Paolo Piva, Norbert Trenkle, Gaetano Giuseppe Magro, Carlo Blangiforti, Mario Ludovico, Riccardo Viola, Giulio Peruzzi, and last but not least the kind Staff of 1&1. M.L.

 

 

 

 

 

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