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LUIGI PELLEGRIN E IL

LABORATORIO DI VIA DEI LUCCHESI

 un libro in fieri di Autori Vari

 

 

Capitolo 2 - Sulle radici del suo messaggio

IN MEMORIA DI CARLO CESANA

di Pasquale Cascella © - 16 giugno 2016

 

 

Pur non essendolo, Carlo aveva del cristiano praticante la disposizione all’ascolto. Nel lavoro, in famiglia e con gli amici. La sua forte educazione cristiana ricevuta dal padre credo di averla ritrovata nelle parole che la sorella ha letto durante il rito funebre.

 

In famiglia era lo zio a cui spesso ricorrevano i nipoti nei momenti cruciali della loro vita. Era nato nel 1936. Apparteneva ad una famiglia della Brianza che si era trasferita in Calabria per gestire un bosco e produrre pali per l’illuminazione delle campagne. Nella Sila, dove già gli antichi romani selezionavano le migliori piante per gli alberi delle loro navi, trascorse anni felici. I sei fratelli e sorelle Cesana da lì poi si trasferirono a Milano, Bologna, Castrovillari, Palermo. Carlo a Roma, dove si laureò in architettura.

 

La sua attenzione e la sua capacità d’ascolto, unite all’intelligenza e alla tenacia, resero possibile un ruolo fondamentale, che svolse dal 1965 al 1980, nello studio di Luigi Pellegrin, quel grande maestro che dell’architettura indagava le possibili evoluzioni future e, al tempo stesso, come migliorare e “potenziare il mestiere dell’architetto”. In quello studio, ebbe il ruolo di trasmettere ai disegnatori e collaboratori i disegni, che Pellegrin elaborava di notte, e di coordinare tutto il lavoro fino alla consegna, dato che Pellegrin spesso era fuori Roma e all’estero per gli incarichi che svolgeva in tutta Italia, in Arabia Saudita, Africa, Venezuela.

 

Da Carlo appresi molto sulle scuole e sui particolari costruttivi quando, da studente, frequentavo “Il laboratorio di Via dei Lucchesi” (72-79). Nelle attese notturne - andavo a mezzanotte ma Pellegrin non mi riceveva mai prima delle 2 o le 3 - mi sedevo vicino a lui e imparavo mentre preparava i disegni che dovevano servire per le 9 di mattina quando arrivavano i disegnatori. Dovevano essere “supercomprensibili” perché Carlo non poteva arrivare a studio prima delle 12, dato che finiva di lavorare tra le 3 e le 4 del mattino insieme a Pellegrin. Carlo aveva un suo modo di rappresentazione del progetto che rendeva comprensibilissimo ciò che era definito e ciò che era ancora da sviluppare o da risolvere. Chi prendeva un suo disegno, ricco di appunti, sapeva andare avanti finchè arrivava lui. Cesare Rocchi, nelle parole pronunciate al rito funebre, ha parlato anche della sua onestà. Ecco, anche i suoi disegni erano “onesti”, chiari, sempre finalizzati a chiarire a chi doveva svilupparli.

 

Prima nel “Laboratorio di Via dei Lucchesi”, poi negli studi che ha condiviso con me, Cesare e Filippo Schiavetti, ha sempre continuato a trasmettere la sua esperienza a colleghi e collaboratori. Nei messaggi di cordoglio, più d’uno lo ha rimpianto come “maestro”, perché molti appresero da lui. Tutti noi suoi colleghi abbiamo appreso da lui. Non solo di gestione del progetto e di mestiere, ma anche attraverso le sue considerazioni e i suoi approfondimenti sull’architettura e le sue finalità.

 

Con i disegnatori era il capo che sapeva guidare con maestria e simpatia. Che mangiava a pranzo con loro. E questo era lo spazio per l’amicizia che si sviluppava sempre tra lui e tutti quelli che lo conoscevano. Lo studio era anche la sua casa, dal mattino fino alla notte quando tornava nella sua abitazione per dormire. Fu così anche nei sette anni in cui abbiamo condiviso lo studio di Via S. Croce in Gerusalemme (80-87). Né cambiò negli anni in cui si era fidanzato con una collega. Il luogo della sua giornata, e spesso della nottata, continuò ad essere lo studio. Prendere o lasciare. Aveva troppo chiaro che quella era la sua maniera di vivere. Il suo bioritmo non poteva cambiare.

 

In quegli anni avevamo molto lavoro e si disegnava a mano. Per fare computi, relazioni, capitolati disponevamo solo di una calcolatrice ed una macchina da scrivere. Ancora niente computer. Però avevamo una risorsa: enormi tavoli da disegno (il mio personale 120x240). Non erano reclinabili, disegnavamo con il parallelineo, le squadre, il compasso e la “squadra-matta”, regolabile per le linee inclinate. Sui grandi tavoli piantavamo i fogli con le puntine e avevamo il controllo generale del progetto. In questo il p.c., con il suo piccolo video, ha fatto un po’ perdere il “controllo della scala” e dell’insieme. Su quei tavoli passavamo la maggior parte del tempo, soprattutto Carlo, che se poteva, amava disegnare tutto da solo. Su quei tavoli lavoravamo anche in piena estate, senza aria condizionata, a torso nudo. A Roma, con l’asfalto infuocato delle strade, solo dopo la mezzanotte entrava finalmente un po’ d’aria fresca. Però avevamo energie da vendere. Oltre ai progetti pagati, partecipavamo a concorsi di progettazione. Io spesso facevo “proposte progettuali”, che il più delle volte non si traducevano in incarichi professionali, ma mi servivano per fare “ricerca progettuale”, essendo, in questi casi, meno vincolato da norme e richieste dei clienti.

 

Pensavamo di sapere in quale direzione si sarebbe evoluta l’architettura contemporanea. Ahimè poi non fu così, però in quegli anni non potevamo ancora saperlo, perché ancora non era arrivata l’omologazione di oggi. Gli anni sessanta e settanta erano passati da poco, e in quel ventennio l’architettura non era ancora stata sopraffatta dalle mode (post-moderno, de-costruttivismo). Mode che con noi “non attaccavano”. Eravamo troppo corrazzati dagli insegnamenti universitari e da quelli post-universitari che continuavamo a ricercare e scambiarci tra di noi. Avevamo studiato il movimento moderno, sia nella versione razionalista che wrigthiana e anche “mista” (Alvar Aalto o Marcello D’Olivo per esempio). Poi avevamo studiato i contemporanei dell’epoca: Paul Rudolph, Kevin Roche, John Portman, Moshe Safdi, il primo James Stirling , Van Eyck, Hertzberger, Niemeyer, Erskine. Eppoi, negli anni settanta, all’università si potevano incontrare professori che nei loro programmi includevano lo studio di progetti e architetti cosiddetti “Utopisti”: la baia di Tokio di Kenzo Tange, Archigram, Metabolism, Paolo Soleri. Tramite Pellegrin, avevamo approfondito la conoscenza di Louis Sullivan e Buckminster Fuller, che, insieme a Frak Lloyd Wrigth, erano i suoi principali riferimenti e riconosciuti maestri. Con Carlo, quando ci incontravamo, non c’era volta che non approfondivamo e ci scambiavamo pareri, notizie e pubblicazioni sull’architettura contemporanea. Per noi quanto arrivava sulle riviste di post-moderno era roba da ridere, e il de-costruttivismo mera ricerca formale, fondata su una forzosa quanto utilitaristica “dissociazione” della struttura dallo spazio.

 

Nei sette anni in cui condividemmo lo studio, svolgemmo insieme dei piani urbanistici particolareggiati. Separatamente, lui si dedicò a collaborazioni con importanti aziende e clienti privati, io progettai e realizzai scuole, elaborai progetti non realizzati, tra cui una chiesa, e partecipai a concorsi di progettazione, vincendone uno importante per l’affidamento di un piano urbanistico di un grande quartiere popolare in Colombia. Carlo continuò qualche volta a collaborare con Pellegrin in qualche concorso. Un paio di volte feci altrettanto anch’io (Bari e “Piramidi” Sudamerica). Poi nel 1985 ci capitò l’occasione, o meglio, creammo l’occasione per cimentarci con un grande progetto urbano direzionale-residenziale inserito nello SDO. Presentammo due soluzioni distinte. La mia resta per me il migliore progetto che abbia mai fatto, con il rimpianto di non averlo potuto approfondire, perché, a distanza di 31 anni, è ancora attualissimo, anche perché - mi si perdoni - nel frattempo, l’architettura si è poco occupata di studio delle relazioni tra attività umane nei nostri tempi.

 

 

Già attaccato dal male, con cui ha lottato nei suoi ultimi 4 anni, Carlo, spinto da me e da Michele Leonardi, ha scritto, nel nostro libro one-line, pagine che costituiscono un’introduzione e anche un chiarimento, per la cultura architettonica, del libro-testamento di Luigi Pellegrin “Un percorso per potenziare il mestiere dell’architetto”. Solo lui poteva farlo per la sua attenzione alle parole scritte - analizzate una per una - e per la sua attendibilità. In mano a chiunque altro verrebbero travisate.

Chi, sapendo che l’architettura per avere un futuro ha bisogno di “visioni del futuro”; chi ritiene che Pellegrin sia uno tra i pochi “visionari” che ci possa indicare una strada da seguire, nel leggere attentamente le introduzioni di Carlo ai suoi scritti, capirà che forse non lo aveva capito bene o del tutto. Carlo Cesana ci ha lasciato questo insostituibile contributo.

Grazie Carlo anche per questo,

    Lillo   (Pasquale Cascella)

 

 

 

 

 

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ACKNOWLEDGMENTS

Even the longest journey begins with a first step! Systemic Habitats is online since the 18th of May, 2012. This website was created to publish online my ebook "Towards another habitat" on the contemporary architecture and urbanism; later many other contents were added. For their direct or indirect very important contribution to the realisation of this website, we would like to thank: Roberto Vacca, Marco Pizzuti, Fiorenzo and Raffaella Zampieri, Antonella Todeschini, Ecaterina Bagrin, Stefania Ciocchetti, Marcello Leonardi, Joseph Davidovits, Frédéric Davidovits, Rossella Sinisi, Pasquale Cascella, Carlo Cesana, Filippo Schiavetti Arcangeli, Laura Pane, Antonio Montemiglio, Patrizia Piras, Bruno Nicola Rapisarda, Ruberto Ruberti, Marco Cicconcelli, Ezio Prato, Sveva Labriola, Rosario Fracalanza, Giacinto Sabellotti, all the Amici di Gigi, Ruth and Ricky Meghiddo, Natalie Edwards, Rafael Schmitd, Nicola Romano, Sergio Bianchi, Cesare Rocchi, Henri Bertand, Philippe Salgarolo, Paolo Piva, Norbert Trenkle, Gaetano Giuseppe Magro, Carlo Blangiforti, Mario Ludovico, Riccardo Viola, Giulio Peruzzi, and last but not least the kind Staff of 1&1. M.L.

 

 

 

 

 

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