Bruce Lee

 

 

e il taoismo

 

 

filosofico

 

 

La statua del leggendario Bruce Lee a Hong Kong.

Fonte: Wikipedia: Bruce Lee  (1940-1973).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L'urlo di Chen terrorizza anche l'Occidente

Bruce Lee vs Chuck Norris (combattimento finale)

 

Bruce Lee real fight at karate tournament, 1967

 

Bruce Lee - Fist of fury

 

10 Migliori momenti di Bruce Lee

 

Bruce Lee fight scene

 

 

 

 

 

 

 

Dragon: The Bruce Lee Story: The revenge fight.

Scena tratta da: "Dragon: la storia vera di Bruce Lee", con l'attore Jason Scott Lee (che nonostante il suo cognome non è Brandon Lee, il figlio di Bruce Lee, morto durante le riprese del film "Il corvo", nel 1993) nel ruolo di Bruce Lee; regia di Rob Cohen, 1993.

 

Dragon: The Bruce Lee Story, 1993: Second Revenge

 

Enter The Dragon (Bruce Lee vs Han), 1973

Ritratto fotografico di Bruce Lee con il figlio Brandon.

Fonte: Wikipedia: Bruce Lee.

 

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

 

 

Linda Lee Cadwell:  "Bruce Lee: Il Tao del Dragone. Verso la liberazione del corpo e dell'anima", Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 2017.

 

Bruce Lee è conosciuto e ammirato in tutto il mondo per le sue straordinarie doti fisiche e per le tecniche di combattimento che ha messo a punto e insegnato. Ma è stato molto di più, come rivelano questi suoi scritti, composti di getto negli ultimi mesi prima della morte e intesi come appunti per un saggio personale, un'autobiografia non destinata alla pubblicazione ma al proprio miglioramento spirituale. In queste pagine Bruce Lee annotò sentimenti, emozioni, riflessioni sia sulle arti marziali sia sui molteplici aspetti dell'esistenza. Dal kung fu alla psicologia, dalla recitazione all'autoconoscenza, le sue parole svelano il mondo di un uomo che ha saputo essere allo stesso tempo, e in piena consapevolezza, poeta, filosofo, scienziato, attore, produttore, regista, autore, coreografo, combattente, padre, amico: un vero "artista della vita".

 

 

 

Linda Lee Cadwell:  "Bruce Lee: Pensieri che colpiscono. Gli aforismi di Bruce Lee per la vita di tutti i giorni", Edizioni Mediterranee, Roma, 2009.

 

Quest'antologia di pensieri e aforismi, oltre 800 su 70 differenti argomenti che spaziano dalla spiritualità alla liberazione individuale e dalla vita personale alla carriera cinematografica, rappresenta il modo più immediato, straordinario, inedito e seducente per conoscere le idee che guidarono la vita del "piccolo drago". Bruce Lee fu sempre d'ispirazione per la famiglia, gli amici, gli allievi e i colleghi, insegnando a ciascuno a vincere i dubbi e a fare chiarezza nella vita. Non solo, molti suoi ammiratori hanno più volte dichiarato: "Bruce Lee ha fatto in modo che la mia vita prendesse una direzione diversa", e tanti giovani hanno appreso da lui come prendersi cura del proprio corpo e della propria anima, a nutrirli e a trarne il meglio. Le pagine di questo libro svelano in un certo senso il segreto del suo eccezionale successo come attore, artista marziale e icona mondiale, i suoi interessi per la psicologia, la filosofia occidentale, il taoismo e il buddhismo zen e ci restituiscono l'affascinante ritratto di un uomo che non fu solamente un genio del combattimento.

 

 

 

 

 

 

 

Statua gigante in pietra del leggendario Lao Tzu, 

in Quanzhou, ai piedi del Monte Qingyuan, nella provincia

del Fujian, Cina meridionale.

 

 

 

 

SUL TAOISMO FILOSOFICO

 

 

 

Alan W. Watts:  "Il Tao: la via dell'acqua che scorre", Casa Editrice Astrolabio Ubaldini Editore, Roma, 1977.

 

Nella sua ultima opera, sul finire della sua prolifica e creativa esistenza, Watts si rivolge alla filosofia cinese del Tao così come prima si era rivolto al Buddhismo Zen nel suo classico La via dello Zen. Dopo un capitolo sulla lingua cinese, che vorrebbe veder diventare la seconda lingua internazionale dopo l'inglese, Watts passa a spiegare che cosa si intende per Tao (il flusso di natura), wu-wei (non forzare le cose) e te (il potere che viene da ciò). Attingendo alle antiche fonti di Lao-tzu, Chuang-tzu, il libro Kuan-tzu e l'I King, così come ai moderni studi di Joseph Needham, Lin Yutang e Arthur Waley, per fare solo qualche nome, Watts vi ha dato, nel suo stile inimitabile, un'opera fondamentale sul Taoismo, documentata con molti esempi tratti dalla letteratura e illustrata con una splendida calligrafia cinese.

Al momento della sua repentina scomparsa nel 1973, Watts progetta di completare il suo libro con un'aggiunta sulle implicazioni politiche e tecnologiche del Taoismo e sul senso che può avere per noi ai nostri giorni. Non poté finire l'opera lui stesso, ma il suo amico e collega, il maestro Al Chung-liang Huang che assisteva e collaborava alle ultime lezioni e discussioni dalle quali aveva preso forma il libro, non solo è stato in grado di completare il testo ma ha fornito anche gran parte dei caratteri cinesi che illustrano meravigliosamente l'opera.

Libro che certo diventerà il testo base occidentale sull'argomento, Il Tao, la via dell'acqua che scorre, resterà anche come il perfetto monumento di tutta la vita e la produzione letteraria di Watts.

Su richiesta di Watts, i caratteri originali delle citazioni cinesi sono stati tracciati da Lee Chin-chang, figlia di un mandarino della Dinastia Ch'ing.

 

 

 

 

 

Lao-tzu:  "Tao tê Ching. Il libro della via e della virtù", a cura di J.J.L. Duyvendak, con testo cinese, Adelphi, Milano, 1988.

 

Forse nessun testo, come il Tao-tê-ching, racchiude tanta sapienza in così poche parole. Scritto, secondo la tradizione cinese, nel VI secolo a.C. dal leggendario Lao-tzu e, secondo i filologi, in un'età oscillante fra il VI e il III secolo a.C., il Tao-tê-ching è il libro del fondatore della religione e della scuola filosofica taoista. Ma la dottrina esposta in questa breve opera non nasce certo con Lao-tzu. Bisogna dire, anzi, che proprio il Tao-tê-ching ci introduce a quelle categorie senza le quali una larga parte della civiltà cinese arcaica ci sarebbe affatto incomprensibile: il Tao, la "Via", regolatore della totalità; il , "Virtù", ma piuttosto nel senso di "potenza magica"; lo Yin e lo Yang, principi femminile e maschile; il Wu wei, "Non agire", ricetta della suprema efficacia. Tali categorie sono al tempo stesso cosmiche, personali, politiche, sociali, sapienziali, e ci appaiono in brevi frasi illusoriamente semplici, che hanno una risonanza senza fine, quella di un insegnamento che è insieme il massimo della paradossalità e il massimo dell'evidenza.

Questo testo meraviglioso fu giudicato da Marcel Granet "propriamente intraducibile" - e forse anche per questo è uno dei testi orientali che hanno avuto più traduzioni in Occidente, alcune assai importanti, come quelle di Wilhelm e di Waley, molte altre assolutamente inadeguate. Quella che qui si presenta è quella del grande sinologo olandese J.J.L. Duyvendak: abbastanza recente, ma ormai classica, è il risultato di una vera "lotta corpo a corpo con il testo stesso" e ci offre non solo delle soluzioni linguistiche letterariamente felicissime, ma anche un prezioso commento, dove Duyvendak illumina tutti i punti decisivi del testo, segnalandone ogni volta le difficoltà e riportando le varie interpretazioni che ne sono state date da commentatori cinesi e occidentali. Inoltre, Duyvendak ha ritenuto indispensabile sottoporre a un'analisi filologica serrata il testo tradizionale, che è arrivato a noi attraverso vicende travagliatissime e in uno stato assai incerto, e ha potuto così darcene una sua ricostruzione critica che il lettore troverà alla fine del volume, accanto al testo tradizionale stesso.

 

 

 

 

Lao-tzu:  "Tao Tê Ching. Il Libro del Tao e della Virtù", a cura di Fausto Tomassini, Editori Associati, Milano, 1994.

 

Joseph Needham: "Senza eccezione si può considerare il Tao-tê-ching come l'opera più bella e più profonda in lingua cinese."  

 

 

 

 

 

Chuang-tzu:  "Zhuang-zi", a cura di Liou Kia-hway, Adelphi, Milano, 1988.

 

Se l'umanità fosse ridotta ad avere pochissimi libri (forse dieci, forse cinque), dovrebbe includervi il Zhuang-zi. E' un'opera inesauribile, perennemente viva, agile, fluida, di una gravità così leggera, di una leggerezza così giusta priva di ogni pomposità e autorevole come l'origine stessa. Scritto nel secolo IV a.C. e da sempre considerato uno dei tre grandi classici del taoismo, questo libro si presenta come una sequenza di "storielle simboliche, apologhi, discussioni", ma nasconde tra le sue mobili pieghe innumerevoli altre forme: raccolta di miti e aforismi, teoria del governo e della natura, silloge di aneddoti memorabili, prontuario sciamanico, fiaba, elenco di ultime verità. Eppure nel momento stesso in cui le accenna, il Zhuang-zi vanifica queste forme. La sua parola, alla maniera del vero taoista, "vive come se galleggiasse" - e, ogni volta, è un passo più in là di ciò che dice e di ciò che il lettore capisce. Qui i più sottili argomenti metafisici e logici vengono mirabilmente presentati e subito dopo accantonati con incuranza, come altrettanti giocattoli del Figlio del Cielo - quasi a dimostrarci l'angustia di quel che consideriamo essere il pensiero. Indenni da ogni morbo morale, queste pagine sottintendono che "la bontà e la giustizia sono soltanto locande di passaggio degli antichi sovrani" e che "il rito non è altro che un fiore superficiale del Tao, l'inizio del disordine". Il loro modello è una interrotta metamorfosi, simile a quella del cielo e delle acque: la morte vi è assorbita con una disinvoltura quale mai più fu raggiunta. Se la maggior parte di libri è dedicata a illustrare ciò che tutti conoscono: "l'utilità dell'utile", il Zhuang-zi illumina ciò che nessuno sa: "l'utilità dell'inutile".

Dell'autore che diede il suo nome al Zhuang-zi sappiamo che visse nel Nord della Cina e "fu un perfetto taoista, se non altro perché unica traccia della sua vita è un libro scintillante di genio e di fantasia", scriveva Marcel Granet. E sempre Granet precisava che "questo libro, tradotto e ritradotto, è propriamente intraducibile". La versione di Liou Kia-hway, recentemente accolta nella Bibliothèque de la Pleiade, si distingue tra le molte che sono state tentate per la sua qualità stilistica e per l'accorto equilibrio dell'interpretazione.

 

 

 

 

Chuang-tzu:  "Chuang-tzu", a cura di Fausto Tomassini, Editori Associati, Milano, 1997.

 

Uno dei tre fondamentali testi taoisti. Dall'antintellettualismo di Chuang-tzu nasce quello che può considerarsi il libro più profondo di tutta la produzione cinese classica: "Che la sapienza si arresti a ciò che non può sapere è il culmine".

 

 

 

 

Lieh-tzu:  "Lieh-tzu. Il Vero Libro della Sublime Virtù del Cavo e del Vuoto", a cura di Fausto Tomassini, Editori Associati, Milano 1998.

 

"Nulla val più della quiete e nulla val più del vuoto. Nella quiete e nel vuoto trovi la tua dimora, nel prendere e nel dare perdi il tuo posto".

 

 

 

 

J.C. Cooper:  "Yin e Yang. L'armonia taoista degli opposti", Casa Editrice Astrolabio Ubaldini Editore, Roma, 1982.

 

Il taoismo è la filosofia dell'arte del vivere, del ritmo della vita e della semplicità dello spirito. Il profondo interesse che il taoismo ha sempre riservato alla Natura in quanto espressione dell'inesprimibile Uno, trova riscontro nell'elaborata teoria dei due principi yin e yang, in quanto poli di attrazione e di manifestazione del cosmo nel suo insieme.

Yin è il principio femminile, l'intuizione, la profondità, l'ombra, l'immobilità, mentre yang è il principio maschile, la ragione, l'altezza, la luce, la mobilità. L'intero sistema delle cose è contrassegnato dal dualismo e il medesimo dualismo è alla base della Natura e della condizione umana.

J.C. Cooper, con questa sua opera, fornisce un'attenta e stimolante analisi della metafisica taoista muovendo proprio dall'esame del simbolismo e del significato concettuale della coppia di opposti yin e yang. "L'uomo occupa il posto di intermediario tra la Terra e il Cielo", affermano i testi taoisti, e il suo compito principale è quello di garantire o ristabilire l'armonia e l'equilibrio di yin e yang. E' questa, anche, la "azione senza azione" (wu-wei), altro concetto caratteristico del taoismo, l'azione del Saggio che, in armonia con se stesso e con il Tutto, "ogni cosa compie senza nulla compiere". La Via, il Tao, è lastricata di spontaneità e gioia di vivere, ma anche di impegno, consapevolezza e conoscenza. Ma queste non escludono quelle, come yin non esclude yang e viceversa.

La dualità dell'universo, pur caratteristicamente taoista, non è però una concezione esclusiva di questa religione. Nei vari capitoli di questo libro, infatti, l'autore raffronta vari testi taoisti con le Scritture e le testimonianze di altre fedi e altre filosofie, dal buddhismo all'induismo, dal cristianesimo all'Islam, dal manicheismo allo zoroastrismo, all'antica filosofia greca. "Tutti i mistici parlano la stessa lingua", e sulla base di quest'affermazione l'autore riconduce le più diverse esperienze dell'Assoluto alla sintesi delle Unità di tutte le cose, nell'armonia di ogni contrasto.

Macrocosmo e microcosmo sono la stessa cosa, sono Uno, e il principio di dualità che tutto pervade viene trasceso nell'unione con l'indifferenziato. Yin e yang, così, equivalgono alla coppia Shiva-Shakti dell'induismo, alla coppia prajana-upaya del buddhismo, agli zoroastriani Ormuzd e Ahriman, al Bene e al Male del manicheismo. "Tutti i msitici parlano la stessa lingua", la lingua che, sola, può dare un segno dell'Inesprimibile.

 

 

 

 

 

Sun Tzu:  "L'arte della guerra", a cura di Thomas Cleary, Casa Editrice Astrolabio Ubaldini Editore, Roma, 1990.

 

L'arte della guerra di Sun Tzu, o Sun tzu ping-fa, scritto all'epoca degli Stati Combattenti da un misterioso guerriero-filosofo cinese, rimane probabilmente il più prestigioso e influente testo di strategia del mondo, studiato e utilizzato, nel corso di oltre duemila anni, da guerrieri, capi militari e uomini politici, fino a Mao Tse Tung e Henry Kissinger.

Eppure questo aspetto di manuale strategico è solo una faccia, la più visibile, e forse non la più profonda, di questo classico. Concepito in un periodo travagliato da incessanti guerre civili, periodo a cui risalgono anche  altri classici cinesi, quali il Tao Te Ching, l'I-ching, e il Chuang-tzu, L'arte della guerra è profondamente permeato dei principi umanisti del Taoismo. Proprio come l'I-ching ha preservato alcune idee filosofiche attraverso i più vari mutamenti socio-politici grazie alla sua popolarità come libro di oracoli, così il manuale di Sun Tzu ha preservato la distruzione dell'essenza della filosofia pratica taoista grazie proprio alla sua antitesi: lo studio della guerra.

In generale, il Sun-tzu ping-fa è dunque un manuale di strategia profondamente impregnato della visione taoista, ma strategia per che cosa? Solo per la guerra e competizioni di ogni genere? O forse si tratta dell'eterno scontro-incontro delle due modalità di energia che tutto permeano, lo Yin e lo Yang? E la guerra, lo scontro, la competizione di forze rimanda solo a una dinamica sociale, collettiva, esterna, o anche a una interiore, in cui le forze in gioco possono essere le più varie, a seconda dei conflitti che ci agitano? O forse la vittoria suprema a cui questa pedagogia strategica intende guidarci è la vittoria sulle illusioni dell'Io?

Ciò che ha sempre costituito il fascino e la forza più grandi dei testi taoisti è che tutte queste domande sono pertinenti, tutte scoprono un aspetto del Ping-fa, e infinite altre ne possono nascere. Come l'I-ching, il testo base dell'Arte della guerra può, anzi, deve essere usato come un folgorante test proiettivo, e le sue istruzioni intese come una logica dialettica di profonda saggezza, applicabile a qualsiasi aspetto della realtà interna ed esterna che si presenti sotto la forma dinamica del conflitto.

 

 

 

 

Kristofer Schipper:  "Il Corpo Taoista. Corpo fisico, corpo sociale", Casa Editrice Astrolabio Ubaldini Editore, Roma, 1983.

 

Il taoismo dà alla sopravvivenza del corpo in questo mondo quella posizione centrale che la tradizione cristiana riserva alla salvezza dell'anima. Il corpo nel taoismo è visto come il solo momento di unità, il solo luogo ove sia possibile l'armonia degli elementi contraddittori dell'esistenza.

 

 

 

 

Elena Judica Cordiglia:  "Iniziazione all'I:Ching. Il libro dei mutamenti. La più antica sapienza del mondo", Edizioni Mediterranee, Roma, 1999.

 

Originato dall'antica saggezza cinese, l'I:Ching, è un grande libro della Natura, dove le vicende umane e le stagioni della terra si compongono armonicamente in un'alternanza di fatti che testimoniano lo stretto rapporto dell'uomo con il mondo. Nell'I:Ching la natura e le sue misteriose corrispondenze sono una presenza costante, un punto di riferimento sicuro per chi cerchi una risposta ai propri dubbi: il ciclo degli eventi naturali resta immutato nel tempo, anche se il paesaggio si modifica e l'intervento umano ne altera l'aspetto. La civiltà cinese ha tramandato in questo antico testo la descrizione di ore, paesaggi, avvenimenti, legati alla semplice vita contadina. A questa occorre guardare con ammirazione, perché nella natura gli uomini sapevano guardare il ciclico disporsi dei mutamenti che governano il mondo.

 

 

 

 

"I Ching. Il libro dei mutamenti", a cura di Richard Wilhelm, prefazione di Carl Gustav Jung; 727 pgg., Adelphi, Milano, 1995.

 

"L'I Ching è come una parte della natura che aspetta di essere scoperta." Dalla prefazione di C. G. Jung a questa edizione dell'antico libro cinese di oracoli.

Opera enigmatica per definizione, che non si finisce mai di scoprire, l'I Ching ha suscitato fino a oggi innumerevoli interpretazioni, edizioni, traduzioni. In questo corposo ed esaustivo testo l'I Ching è presentato sulla base dell'edizione allestita dal grande sinologo Richard Wilheim (1873-1930), apparsa nel 1924; essa rimane uno degli eventi più significativi della storia della comprensione dell'antica Cina da parte dell'Occidente.

 

 

 

 

 

Un aforisma erroneamente attribuito a Lao Tzu o al Tao-tê-ching: "Quella che il bruco crede sia la fine del mondo, per il resto del mondo è una farfalla".

 

Questa massima si adatta bene al pensiero taoista di Chuang-tzu, o di Lao-tzu, o meglio, al mutamento fisico e spirituale, espresso più esplicitamente nell'I-ching.  Viene da molti attribuita a Lao-tzu, ma nel Tao-tê-ching non vi è traccia di essa.  Invece di sicuro si trova nell'incipit del capitolo 19 di “Illusioni” di Richard Bach  (pagina 138, trad. it. Rizzoli Ed., Milano 1977) con le seguenti parole: “Quella che il bruco chiama la fine del mondo, il maestro la chiama una farfalla”. Ma c’è chi sostiene sia invece un antico detto cinese, forse confuciano; ma se così fosse, allora perché non citare nel contempo la fonte di questa informazione? A chiunque vada attribuita, esprime bene il concetto della paura del mutamento, ovvero del futuro, prossimo o remoto che sia. Diversamente: il Mutamento è l'unica vera legge della natura.  M.L.

 

 

 

 

Un aforisma riconducibile per estensione, grossolana, tuttavia ancora accettabile, a Lao Tzu e al Tao-tê-ching, sebbene non siano esattamente queste le parole tramandate dal Tao-tê-ching, è la seguente: "Anche un viaggio di mille miglia inizia con un primo passo".

 

Si può anche riscrivere così: "Anche il più lungo viaggio comincia con un primo passo" , e la ritroviamo nella sua forma originaria nel Tao-tê-ching nel paragrafo LXIV: " ... un viaggio di mille leghe ha inizio da ciò che sta sotto i piedi".

Quindi il Tao-tê-ching più propriamente parla di "ciò che sta sotto i piedi", sottintendendo l'esistenza di colui che sta sopra i propri piedi, cioè il soggetto che compie l'azione, e dando molta importanza al contesto più ampio sui quali egli li posa, unitamente all'ambito circoscritto su cui fonda la sua partenza-azione. Ma sono dei primi passi facili da compiere, una volta ponderato appieno il contesto più ampio e il punto di partenza, come viene indicato nello stesso Tao-tê-ching nel passo precedente LXIII (nella realtà degli ideogrammi segnati su cannucce di bambù, il supporto non cartaceo originario del testo): "Intacca il difficile là dove è facile; fai grande ciò che è minuto!", nella traduzione del Duyvendak. L'ermetismo del Tao-tê-ching richiede la capacità di andare al di là dei paradossi e delle contraddizioni della vita, esteriore-materiale e interiore-spirituale, ponendosi distanti da entrambi i due mondi. Quegli stessi paradossi e quelle stesse contraddizioni divengono così il veicolo di trasmissione di concetti irriducibili, altrimenti inesprimibili con parole-contenitori. I nomi sono la distinzione e la divisione di ciò che è unico e innominabile. Dando il nome alle cose si origina ogni confusione. M.L.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ACKNOWLEDGMENTS

Even the longest journey begins with a first step! Systemic Habitats is online since the 18th of May 2012. This website was created to publish online my ebook "Towards another habitat" on the contemporary architecture and urbanism. Later many other contents were added. For their direct or indirect contribution to its realisation, we would like to thank: Roberto Vacca, Marco Pizzuti, Fiorenzo and Raffaella Zampieri, Antonella Todeschini, All the Amici di Marco Todeschini, Ecaterina Bagrin, Stefania Ciocchetti, Marcello Leonardi, Joseph Davidovits, Frédéric Davidovits, Rossella Sinisi, Pasquale Cascella, Carlo Cesana, Filippo Schiavetti Arcangeli, Laura Pane, Antonio Montemiglio, Patrizia Piras, Bruno Nicola Rapisarda, Ruberto Ruberti, Marco Cicconcelli, Ezio Prato, Sveva Labriola, Rosario Francalanza, Giacinto Sabellotti, All the Amici di Gigi, Ruth and Ricky Meghiddo, Natalie Edwards, Rafael Schmitd, Nicola Romano, Sergio Bianchi, Cesare Rocchi, Henri Bertand, Philippe Salgarolo, Paolo Piva, Norbert Trenkle, Gaetano Giuseppe Magro, Carlo Blangiforti, Mario Ludovico, Riccardo Viola, Giulio Peruzzi, and last but not least Ahmed Elgazzar.   M.L.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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