VERSO UN ALTRO HABITAT

36 progetti e realizzazioni di

Luigi Pellegrin architetto

un e-book di Michele Leonardi

 

 

VOGLIAMO UN ALTRO HABITAT?

 

Verso un altro habitat - Vol. I, Cap. 1

 

 

 

 

Alla fine del XVIII secolo l’economista inglese Thomas Robert Malthus nel suo An Essay on the Principle of Population, as it Affects the Future Improvement of Society, prediceva un sicuro avvenire di miseria per tutta l’umanità.

Il cosiddetto principio di Malthus afferma che la popolazione tende ad aumentare rapidamente secondo una progressione esponenziale, mentre la disponibilità di risorse cresce lentamente in modo costante, secondo una progressione lineare.

In breve secondo questo principio la crescita numerica della popolazione umana non sarebbe accompagnata da una concomitante capacità della stessa popolazione di rendere disponibili per ciascun individuo adeguati mezzi di sussistenza.

Di qui nascerebbe un’insufficienza di beni di prima necessità indisponibili per tutta la popolazione, carenza che sarebbe stata sanabile secondo il Malthus solamente con il matrimonio ritardato, oppure, conseguentemente, con guerre, carestie ed epidemie. [1]

Non serve un diagramma grafico per capire che se asfaltiamo e cementifichiamo i terreni più fertili, che si trovano spesso proprio vicino alle grandi città, se peschiamo tutto il pesce pescabile senza alcuna regola, incediamo, come umanità, le foreste primarie per creare pascoli e monocolture, o contribuiamo alla loro distruzione [2] a causa dei nostri consumi eccessivi di carne e quant'altro, prima o poi in nome della crescita economica faremo la stessa fine che fecero gli abitanti dell’Isola di Pasqua.

 

Perciò non si vuole qui mettere in dubbio la relazione esistente tra popolazione umana e disponibilità di risorse, tra uomo e ambiente, né discutere intorno al vero o falso problema del controllo delle nascite, [3] e nemmeno se tutti i mali del mondo vadano addebitati all'idiozia umana oppure al sistema socioeconomico capitalistico, per altro pure in declino date le sue sempre ricorrenti crisi.[4]

Piuttosto qui si vuole evidenziare come contrariamente ad ogni tipo di realistica previsione sul destino tragico dell’umanità, siano passati altri Due Secoli dal 1798, cioè dall’anno della pubblicazione del saggio malthusiano, e le più o meno esplicitamente annunciate fini del mondo non hanno avuto luogo. Solo una questione di caso o fortuna, o c’è dell’altro?

 

La fine non è ancora arrivata per le civiltà dell’uomo, ma l’Apocalisse è in atto. 

Viviamo in un’epoca di grandi trasformazioni economiche sociali politiche, e la fine del mondo però è sempre in agguato: ora sotto forma di guerra nucleare,[5]  ora come pesti del nuovo millennio, oppure di esaurimento delle risorse minerarie,[6] di influenza aviaria e quant’altro ancora di imprevedibile.

La lista sarebbe molto lunga. Il crollo delle borse di tutto il mondo, l’impatto sul nostro pianeta di un asteroide di pochi chilometri di diametro le cui polveri oscurerebbero per lungo tempo il cielo, una inarrestabile pestilenza dovuta a un retrovirus attualmente latente in qualche residua foresta equatoriale, oppure un batterio estremofilo quiescente tra i ghiacciai, un conflitto nucleare scatenato da un falso allarme, la degradazione e il collasso dei grandi sistemi di cui ha bisogno la sofisticata civiltà contemporanea [7], la proliferazione delle armi chimiche, e di nuovo di quelle nucleari, l’esaurimento dei combustibili fossili,[8] il riscaldamento globale con conseguenti fenomeni atmosferici estremi:  siccità, alluvioni, tornado, grandine grossa come palle da golf, oppure la liberazione in atmosfera degli idrati di metano disseminati lungo le scarpate continentali sottomarine, fino allo scioglimento della calotta polare antartica e all’innalzamento del livello del mare di decine di metri.[9]

 

E’ così che la civiltà dell’uomo è spada di Damocle di sé stessa, ed è fonte di nuove spaventose estinzioni di massa per le altre specie viventi alla sua mercé.  Questo è il prezzo da pagare in nome di una crescita economica fuori controllo, apportatrice di un benessere materiale tutto basato sul consumismo e l’eccesso, fuori da ogni logica di buon senso.  Una diffusione della ricchezza che non ha certo portato le persone e i popoli ad essere migliori e più felici di prima, quanto semmai ad essere più avidi e incontentabili di prima per via dell’emulazione di stili di vita falsi e disumani, ma ritenuti a torto appaganti.

Dopo l'orrore e l’abominio inenarrabile dei campi di sterminio nazifascisti, l’umanità ha varcato nel secolo scorso un’altra soglia estrema. Dal giorno dell’esplosione della prima bomba atomica nel deserto del New Mexico è l’uomo il semidio responsabile della vita e della morte su questo pianeta. 

 

Nell’aprile del 1999 nonostante tutti questi pericoli e tutte queste avversità, la popolazione mondiale ha ufficialmente raggiunto la ragguardevole cifra di sei miliardi di persone [10], mentre a un solo un decennio circa di distanza, verso la fine del 2011, siamo arrivati a ben 7 miliardi di persone, cui dopo ca. 10 anni si sono aggiunte altre 800 milioni di persone, alla fine del 2020, raggiungendo la ragguardevole cifra di quasi 8 miliardi di persone.

Evidentemente se ciò è stato possibile non è esattamente tutta una questione di caso fortuito, o di rivoluzione agricola, la rivoluzione verde che grazie a irrigazione, fertilizzanti e pesticidi ha permesso di intensificare la resa produttiva delle coltivazioni e degli allevamenti. E nemmeno può essere tutta una questione di energia a buon mercato resasi disponibile in grande scala grazie allo sfruttamento degli idrocarburi.

Forse la nave finora un qualche timone lo ha sempre avuto.

Infatti, a prescindere dagli effetti collaterali nefasti del capitalismo, questi miliardi di individui e le generazioni che li hanno preceduti, non sono mai stati miliardi di pezzi di materia inerte in attesa di un destino inevitabilmente catastrofico.  Si è sempre potuto contare sul non conformismo di molti di Loro, e in fondo di tutti coloro che li hanno sostenuti.  E poi, se parliamo di disponibilità di risorse, di quali risorse stiamo parlando? Petrolio, carbone, uranio?

Il petrolio ai tempi del Malthus giaceva sottoterra ed era considerato una risorsa di scarsa utilità, o comunque con un utilizzo molto limitato presso alcuni popoli.

Sì, il XX Secolo è stato il secolo dell’energia a buon mercato, dell’abbondanza, grazie al petrolio, ma prima ancora, prima della rivoluzione industriale, neanche il carbone era una risorsa energetica sfruttata.  Nel Medioevo si usava diffusamente il carbon fossile? No. I Romani usavano il carbon fossile per riscaldare l’acqua delle loro terme?  No, distruggevano foreste, o al più avrebbero potuto produrre carbone da legna, con il risultato in ogni caso di distruggere lo stesso un gran numero di foreste.

Anche l’olio nero ha a suo tempo fatto fatica ad affermarsi come valida alternativa al carbone.  Quindi non sono solo le fortunate coincidenze a rivoluzionare le civiltà, ma sono le generazioni di uomini di quelle determinate civiltà.

La vera risorsa è la nostra umanità, la nostra intelligenza, i nostri patimenti dell’animo, la nostra ambizione a varcare il baratro, forse anche la paura, quando è paura della morte e non della vita, il nostro essere ed esserci in pieno, fino all’ultimo istante.

Come giocatori d’azzardo le società contemporanee, per nulla omogenee culturalmente, dall’Oriente all’Occidente, dal Sud al Nord del mondo, stanno rilanciando da decenni la posta in gioco.  Si perde?  Dov’è il problema, la soluzione è giocare al rialzo con somme sempre maggiori, indebitandosi con il futuro, ossia erodendo le risorse non rinnovabili del pianeta, ottenendo credito su cose che ancora non esistono, e che forse non esisteranno mai.

Da qualche parte dovrà pur corrispondere a tale azzardo un qualcosa di reale: un effetto. Ed infatti ecco che cosa corrisponde:  il collasso e la distruzione degli ecosistemi, le estinzioni di migliaia di specie viventi in una sola manciata di decenni.[11]  La Terra sta pagando per ora il prezzo dei nostri errori e soprattutto il prezzo della nostra irresponsabilità.  Non c’è un coordinamento politico mondiale, l’O.N.U. è una barzelletta, lì gli stati non si accordano su niente, non si accordano su alcuna seria forma di cooperazione che abbia a cuore il futuro dell’umanità, un futuro non solo pacifico per tutti, ma “un futuro”.

In questo momento ciò che accomuna tutti i popoli, dittature, democrazie mercantili ed oligarchiche, paesi ex comunisti e comunisti superstiti (un paio), teocrazie, monarchie, monarchie costituzionali, sono essenzialmente due cose:  l’aria che respiriamo, o meglio l’atmosfera terrestre, e gli scambi, cioè il denaro.

La conclusione è che non c’è un progetto di grande respiro.  Il denaro è una strategia? Il saccheggio occulto è una strategia? Le locuste hanno una strategia? In questo momento ci stiamo comportando come le cavallette.  Sciamiamo come locuste divorando voracemente tutto quello che ci capita a tiro, chi sfortunato emigra per disperazione, chi fortunato emigra a tempo determinato come turista, chi se ne sta a casa sua ed importa e fagocita le cose più frivole (pseudo-afrodisiache corna di rinoceronte, un pitone vivo da salotto, avorio per stupidi soprammobili, ecc.), ma il danno è lo stesso:  siamo troppi, anche se quello della attuale sovrappopolazione è un falso problema,[12], [3] mentre è vero invece che siamo avidi in troppi, e troppi se ne aggiungono giorno dopo giorno. Avidità e corruzione che riecheggiano nella narrazione biblica dei tempi di Noè, nel mito platonico del continente perduto di Atlantide, inabissatosi nell'oceano nel volgere di una notte e di un giorno, con tutti i suoi avidi e bellicosi abitanti, nonché nella caduta dell'Impero romano d'Occidente. Mito o realtà che sia, la storia si ripete.

 

In questo contesto persino le opere caritatevoli sono sì irrinunciabili e lodevoli, ci rendono più umani e fratelli, sono sì una grande speranza, ma così ancora manca un progetto, un patto tra Noi e la Terra.

Aiutiamo le popolazioni in difficoltà con medicine, volontariato, derrate alimentari, e così il problema si sposta in genere solo un po’ più in là nel tempo.  La verità è che queste genti continuano a crescere in modo esponenziale anno dopo anno, ed in capo ad una generazione, se non si adottano strategie di lungo periodo, tra principalmente cui l’istruzione diffusa e per tutti, il problema si ripresenta:  deforestazioni, siccità, desertificazioni, carestie, guerre fratricide interetniche, epidemie.  Così, per guadagnarci un posto in paradiso, andiamo in giro per il mondo a creare spesso più problemi di quanti veramente se ne possano risolvere con i nostri aiuti. [13]

 

Mentre la nave affonda si può pure immolare la propria vita per salvare altre persone, ma dobbiamo – oltre a continuare ad aiutare i più deboli -, cercare di fare in modo che questa nave non affondi!

Se i popoli della Terra fossero dotati di buon senso, anziché spararsi a vicenda o anestetizzarsi il cervello davanti ad un televisore, una partita di calcio, un telefonino smartphone, un computer ed altre amenità più di lusso, dovrebbero rimboccarsi le maniche e tappezzare il pianeta di pannelli solari e fotovoltaici, costruire ferrovie, e abolire tutti quelle abitudini sbagliate e quegli sprechi di beni e energia che ci stanno portando velocemente verso un punto di non ritorno, cioè il collasso con tutto ciò che ne deriva: dittature da incubo e guerra nucleare finale e non solo. D'altra parte solo qualche ingenuo può ancora credere che dopo più di mezzo secolo la ricerca militare di nuovi armamenti si sia fermata alle bombe atomiche.

Come affermano in molti, politologi, sociologi, economisti, l'ossessione per la crescita economica, per lo sviluppo, è il problema dei problemi, il quale ci sta portando dritti verso il collasso, mentre la soluzione sarebbe l’esatto contrario, ossia proprio la decrescita economica e il cosi detto “sottosviluppo”, con una netta riduzione dei consumi superflui. Non abbiamo affatto bisogno di consumare sempre di più per raggiungere una felicità materiale fugacissima ed illusoria.

 

Ad esempio, un campo da golf con il suo bel prato all’inglese in pieno deserto, cosa significa?  Forse significa che ci meritiamo una punizione "divina" esemplare.

  [ omissis ]

 











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[1] Thomas Robert Malthus: "Saggio sul principio di popolazione (1798)", a cura di G. Maggioni, Einaudi, Torino, 1997.

Il Malthus senza volerlo aveva così posato una pietra miliare di quello che sarebbe stato in seguito il darwinismo sociale e più in generale l'antropologia capitalista, così come nella sua più ampia e occulta estensione ideologica l'ha recentemente definita il Pennetta:

- Enzo Pennetta: "Inchiesta sul darwinismo. Come si costruisce una teoria. Scienza e potere dall'imperialismo britannico alle politiche ONU", Cantagalli Editore, Siena, 2011.

- Enzo Pennetta: "L'ultimo uomo. Malthus, Darwin, Huxley e l'invenzione dell'antropologia capitalista", GOG Edizioni, 2017.

 

[2] Incendiamo foreste primarie, come umanità, o meglio: lo fanno determinate popolazioni, per esempio in Brasile, in Malesia, e in tanti altri luoghi, per far posto a nuove coltivazioni e pascoli; oppure "indirettamente" proprio noi tutti, perché come consumatori siamo in parte responsabili di ciò che può succedere altrove, lontano dai nostri occhi, dato che spesso ai nostri livelli di smodato consumo può corrispondere automaticamente altrove la distruzione mediante incendi di immense aree di foreste tropicali, per far posto all'allevamento del bestiame o a monocolture.  Altri incendi vengono provocati nelle foreste di conifere, quelle siberiane, per altri scopi, legati all'industria del legno.  Quindi il nostro bel parquet di casa, oppure la nostra buonissima bistecca, possono essere la conseguenza della distruzione delle foreste primarie, dato che siamo nell'insieme miliardi di innocui consumatori.  Appunto, i nostri comportamenti come consumatori sono innocui per modo di dire.

 

[3] I dati statistici danno come risultato una riduzione significativa del tasso di natalità in tutto il mondo, in particolare nel ricco Nord del Mondo, dove addirittura si verifica un saldo negativo in molte nazioni (muoiono più persone di quante ne nascano o si trasferiscano in quel determinato paese). Un Nord del Mondo che però è quello con un'impronta ecologica maggiore di impatto sulla biosfera e che contribuisce maggiormente ad erodere la riserva di risorse rinnovabili e non rinnovabili planetarie, tanto che ormai si è oltrepassata la soglia limite del punto di non ritorno per molte risorse. Tuttavia, anche se l'incremento di popolazione è in regresso ovunque, mantiene ancora una notevole inerzia in termini quantitativi, per cui il appunto il rallentamento generale c'è, ma in breve ogni anno ancora è come se nascessero in più interi nuovi stati dell'ordine di grandezza di ca. 80 milioni di abitanti ciascuno, però con un'impronta ecologica nettamente inferiore rispetto a quella dei paesi sviluppati e industrializzati del ricco e sempre popolatissimo Nord del Mondo (Nord America, Eurasia e Giappone). Un accenno all'impronta ecologica: allevamenti di bestiame in Eurasia e devastazione delle delicate foreste primarie equatoriali del Sud del Mondo, per far posto alla coltivazione di mais e cereali da esportare verso tali allevamenti o per farne biocarburanti o per produrre legname a basso costo sempre da esportare, visti i costi ben più elevati del legname prodotto ad esempio in Europa, in Cina o in Giappone.

 

[4] Staremo a vedere come il capitalismo riuscirà sopravvivere alla sue prossime ennesime crisi economiche congiunturali, sempre più frequenti, e se e come saprà eventualmente rinnovarsi o riformarsi. Difatti le prospettive per il futuro del capitalismo non sono affatto rosee, come osservano e dimostrano diversi studiosi occidentali, alcuni dei quali, come l'angloamericano David Harley, addirittura lo danno come al tramonto per via delle sue grandi contraddizioni intrinseche.

Tra questi studiosi spiccano per la loro attività di critica marxista e le loro acute analisi non retoriche gli studiosi tedeschi del Krisis Gruppe - Kritik der Warengesellschaft  (Gruppo Krisis di "Critica della società delle merci"). L'efficacia del loro lavoro critico è tale che le loro previsioni e le loro analisi, non solo socio-economiche, si sono sempre rivelate profetiche con decenni di anticipo, rimanendo sempre valide nel tempo. Poco oltre, qui di seguito la bibliografia di riferimento. 

 

Sul problema delle crisi economiche ricorrenti, della (non) piena occupazione, nonché della cosiddetta "disoccupazione tecnologica", tutte facce della stessa medaglia, cui gran parte delle società contemporanee tuttora non sanno o non vogliono dare una risposta concreta:

Jerry Kaplan: "Le persone non servono. Lavoro e ricchezza nell'epoca dell'intelligenza artificiale", LUISS University Press, Roma, 2016.

 

Tra le varie soluzioni ridicole prospettate da più parti, per uscire dalla recessione economica, c’è quella di moralizzare la finanza. Viene da alcuni ventilato questo, mentre in realtà la finanza fa il suo lavoro, lo fa nel contesto in cui gli viene offerto di agire, e lo fa lavorando al meglio, nonché da diverso tempo speculando mediante l'utilizzo di software e di velocissimi calcolatori elettronici;  di qui si può facilmente immaginare il numero di transazioni e di scambi che avvengono ogni istante del giorno, 24 ore su 24, a livello mondiale, e la massa monetaria elettronica stratosferica che c'è attualmente in circolazione, sovra proporzionata rispetto al valore di beni e dei servizi reali prodotti nel mondo.  In altre parole nel mercato mondiale girano montagne di soldi virtuali di futuri guadagni, moneta di futuri beni e servizi, i quali molto probabilmente non verranno mai prodotti nel futuro.

 

Nella realtà non esistono una economia reale produttiva buona e dall'altra parte una economia finanziaria cattiva, né una scollatura della seconda rispetto alla prima.  Quindi per indurre il lettore ad una riflessione sull’inutilità di moralizzare il mondo della finanza, e su altro ancora di più importante per il futuro dell'umanità, vi invito a leggere l’articolo che segue di Norbert Trenkle.

 

Norbert Trenkle fa parte del gruppo di studiosi di economia tedesco Krisis, cooperante con altri gruppi di studiosi e appassionati in tutto il mondo, inclusa l'Italia.  Egli mi ha gentilmente concesso - cosa di cui gliene sono grato -, di ripubblicare integralmente questo suo seguente brillante scritto, lucida sintesi dei grandi processi economici in atto, a prescindere dai robot o dall'esaurimento delle risorse minerarie. Insomma nel sistema capitalistico c'è qualcosa che oggettivamente è non efficiente, non funziona. Il suo scritto è datato al 2010, ma è sempre attuale  (per i successivi aggiornamenti e chiarimenti vedasi il sito di critica sociale l'Anatra di Vaucanson: anatradivaucanson.it ), come tutte le analisi condotte in passato dal Gruppo Krisis, rivelatesi successivamente profetiche, anche a distanza di decenni:

 

Norbert Trenkle:  "La „crisi finanziaria“ è una crisi del modo di produzione capitalistico",  Krisis - Kritik der Warengesellshaft, Norimberga, 2010;  articolo reperibile al seguente indirizzo internet:

krisis.org/2010/la-crisi-finanziara-e-una-crisi-del-modo-di-produzione-capitalistico :

 

« La "crisi finanziaria" è una crisi del modo di produzione capitalistico.

 

di Norbert Trenkle, 5 ottobre 2010

 

1. Le cause della presente crisi economica non sono da ricercarsi nella speculazione e nell’indebitamento. Esattamente al contrario, la gigantesca espansione dei mercati finanziari era ed è espressione di una profonda crisi del lavoro e della valorizzazione capitalistica, la cui origine risale almeno a 30 anni fa.

 

2. Dal Crash dei mercati finanziari del 2008 rimproverare a “speculatori” e “banchieri” la loro “avidità” e la loro “ fame di profitto” è diventato uno degli sport più in voga. Ma la caccia al profitto sempre più alto è il motore fondamentale del modo di produzione capitalistico, che funziona secondo il principio “dal denaro fare sempre più denaro” (D-M-D1). È ciò che viene chiamata la “valorizzazione del capitale”. La produzione di merci e lo sfruttamento della forza lavoro per la produzione di queste merci sono solo i mezzi per raggiungere questo fine. Dal punto di vista della valorizzazione capitalistica è perciò del tutto indifferente quello che viene prodotto (dalle bombe a grappolo alla salsa per gli spaghetti), così come il modo in cui viene prodotto (intensificazione dei ritmi del lavoro, precarizzazione, lavoro minorile…) e quali conseguenze tutto questo possa avere (distruzione della natura etc.).

 

3. La logica della valorizzazione capitalistica porta però in sé una fondamentale contraddizione, che è irrisolvibile. Da un lato per poter garantire la valorizzazione del capitale deve essere utilizzata sempre più forza lavoro per la produzione di merci – poiché il fine in sé della moltiplicazione del denaro attraverso l’utilizzo di forza lavoro è astratto e quantitativo e non conosce alcun limite logico. Dall’altro lato, l’onnipresente concorrenza obbliga ad un aumento permanente della produttività attraverso la “razionalizzazione” della produzione. Questo significa produrre sempre più prodotti per unità di tempo, dunque ridurre il tempo di lavoro necessario e rendere “superflua” la forza lavoro.

4.  La fondamentale crisi in potenza che questa contraddizione comporta è stata rinviata al futuro sin dagli anni ’70 grazie ad un accelerazione dei ritmi di crescita. Attraverso l’espansione della valorizzazione capitalistica al mondo intero e a nuovi rami della produzione la domanda di forza lavoro aumentò in modo esponenziale e con ciò vennero compensati gli effetti della razionalizzazione. La “terza rivoluzione industriale” (basata sulle tecnologie informatiche) ha tuttavia reso inefficace questo meccanismo di compensazione. Essa ha portato ad un allontanamento massiccio della forza lavoro da tutti i campi della produzione. Nonostante l’intensificazione e la globalizzazione della produzione, sempre più persone sono considerate “superflue” ai fini della valorizzazione capitalistica. Così si è però avviato un fondamentale processo di crisi che mina inesorabilmente il modo di vita e di produzione capitalistici.

5. Ma cosa c’entra la bolla dei mercati finanziari con tutto questo? La crisi di valorizzazione capitalistica significa innanzi tutto per il capitale non trovare più opportunità di investimento soddisfacenti nell’“economia reale”. È per questa ragione che ripiega sui mercati finanziari e determina così un rigonfiamento di “capitale fittizio” (speculazione e credito). Questo è esattamente quello che è accaduto a partire dagli anni ’80. Questo spostamento verso i mercati finanziari non è che una forma di differimento della crisi. Il capitale in eccedenza trova così una nuova (anche se “fittizia”) possibilità di investimento scongiurando la minaccia di svalorizzarsi. Al tempo stesso il rigonfiamento del credito e della speculazione crea anche un potere d’acquisto addizionale, che può indurre un allargamento della produzione (per esempio il boom dell’industrializzazione in Cina).

6. Tuttavia il prezzo per questa proroga della crisi è l’accumulo di un sempre più grande potenziale di crisi e una estrema dipendenza dai mercati finanziari. L’“accumulazione” di capitale fittizio non può fermarsi. Quando scoppia una bolla, per salvare banche e investitori ai governi e alle banche centrali non resta che pompare liquidità non coperta nei mercati, così da riformare una nuova bolla. È dunque una mera illusione quella che si fanno i dirigenti politici di tutte le parti quando reclamano una maggior limitazione della speculazione. Misure momentanee di regolamentazione sono forse possibili, ma in realtà quello che importa è che la speculazione e il credito vadano avanti, perché il sistema capitalistico può ancora funzionare solo su queste “basi”. Non è perciò un caso che la “realpolitik” si sia condotta secondo questo modello ed abbia rimesso in moto la dinamica dei mercati finanziari.

7. La crisi attuale rappresenta però un salto qualitativo, poiché il crash poteva essere recuperato solo attraverso un indebitamente massiccio degli stati. Per questo la crisi, in quanto crisi delle finanze statali, si rovescia sulla società (“programmi di ‘austerity’”). Ma quando oggi ci dicono che dobbiamo fare sacrifici, perché “viviamo al di sopra delle nostre possibilità”, ci presentano le cose esattamente al contrario di come invece sono. Se oggi è possibile produrre più ricchezza materiale con sempre meno lavoro, questo apre in via di principio la possibilità di una vita migliore per tutta l’umanità. Dal punto di vista capitalistico invece comporta solo una riduzione della produzione di valore. È per questo e solo per questo che ci viene imposto l’“imperativo del risparmio” per una società che da questa produzione di valore è dipendente. Il gigantesco indebitamento è espressione del fatto che il potenziale produttivo creato dal capitalismo fa esplodere la sua propria logica e che la ricchezza in senso capitalistico può essere mantenuta solo con la violenza. La società deve liberarsi di questa forma di produzione di ricchezza, se non vuole essere trascinata nell’abisso con essa. »  Norbert Trenkle, 5 ottobre 2010,

 

 

- Gruppo Krisis, R. Kurz, N. Trenkle, E. Lohoff: "Manifesto contro il lavoro", Derive/Approdi, 2003.

- Ernst Lohoff e Norbert Trenkle (Gruppo Krisis): "Crisi: nella discarica del capitale.  La critica del valore, l'euro e l'assurdità delle politiche europee di austerità", a cura di Riccardo Frola, Mimesis Edizioni, Milano-Udine, 2014.

- Robert Kurz (Gruppo Krisis): "Le crepe del capitalismo", Bepress Edizioni, Lecce, 2016.

- Robert Kurz (Gruppo Krisis): "Il collasso della modernizzazione. Dal crollo del socialismo da caserma alla crisi dell'economia mondiale", Mimesis Edizioni, Milano, 2017.

- Robert Kurz (Gruppo Krisis): estratto in italiano da "Il libro nero del capitalismo", sezione VIII: "La storia della rivoluzione industriale", con traduzioni dal tedesco in corso, capitolo per capitolo, reperibile presso il sito dell'Anatra di Vaucanson: anatradivaucanson.it .

- Paul Krugman: "Un'ossessione pericolosa. Il falso mito dell'economia globale", ETAS Libri, 1997-2000.

- Paul Krugman: "Un Paese non è un'azienda",  Garzanti Editore, Milano, 2015.

- David Harvey: "Breve storia del neoliberismo", Il Saggiatore, Milano, 2007.

- David Harvey: "L'enigma del capitale. E il prezzo della sua sopravvivenza", Feltrinelli, Milano, 2011.

- David Harvey: "Diciassette contraddizioni e la fine del capitalismo", Feltrinelli Editore, Milano, 2014.

 

Altri testi di riferimento:

- Douglass C. North e Robert Paul Thosmas: "L'evoluzione economica del mondo occidentale", "Storia economica dall'età feudale alla vigilia della rivoluzione industriale", Mondadori, Milano, 1976.

- Giovanni Arrighi: "Il lungo XX secolo. Denaro, potere e le origini del nostro tempo", Il Saggiatore, 1996-2014.

- Alessandro Roncaglia: "Lineamenti di Economia Politica", Laterza, Bari, 1989-1992. (Chi voglia solamente leggerlo per farsi un'idea di che cosa è l'economia politica, può saltare le formule matematiche, per altro pochissime rispetto a un ordinario testo tecnico o scientifico.)

- John Ralston Saul: "I Bastardi di Voltaire. La dittatura della Ragione in Occidente", Bompiani-RCS, Milano, 1994.

- Colin Crouch, "Il potere dei giganti. Perché la crisi non ha sconfitto il neoliberismo", Laterza, Bari, 2014.

- Serge Latouche: "Breve trattato sulla decrescita serena. E come sopravvivere allo sviluppo", con prima edizione italiana del 2008; Bollati Boringhieri, Torino, 2015.

- Serge Latouche: "La scommessa della decrescita", Feltrinelli, Milano,2015.

- Robert Axelord: "The Evolution of Cooperation. Revised Edition", Basic Books, 1984-2006.

 

Sulle politiche macroeconomiche neokeynesiane (a quanto pare non più efficaci ristrutturare il capitalismo, secondo altri invece le politiche macroeconomiche keynesiane non avrebbero ancora esaurito tutte le loro possibilità):

- John Maynard Keynes: "L'Assurdità dei Sacrifici. Elogio della spesa pubblica. Intervista a John Maynard Keynes trasmessa dalla Bbc il 4 gennaio del 1933", Edizioni Sì, 2013.

- John Maynard Keynes: "Come uscire dalla crisi", raccolta di saggi keynesiani, Laterza, Roma-Bari, 2017.

- Federico Caffè: "In difesa del Welfare State", Rosenberg & Sellier, Torino 1986-2014.

- Warren Mosler: "Le sette innocenti frodi capitali della politica economica", Edizioni Arianna, Palermo, 2012.

- Paolo Bernard intervista: "Warren Mosler. In alto il deficit! Superare la crisi uscendo dall'Euro ed emettendo moneta per finanziare occupazione e servizi", Edizioni Sì, 2012.

- Nino Galloni: "Moneta e società. Gli effetti sociali delle politiche monetarie. Il caso italiano", Edizioni Sì, 2013.

 

Effetti del capitalismo sulle società contemporanee:

- Zygmunt Bauman: "Vite di scarto", Laterza, Bari-Roma, 2007-2017.

- Zygmunt Bauman: "Consumo, dunque sono", Laterza, Bari-Roma, 2010-2017.

- Zygmunt Bauman: "Modernità liquida", Laterza, Bari-Roma, 2011.

- Zygmunt Bauman: "La solitudine del cittadino globale", Feltrinelli, Milano, 2017.

- Zygmunt Bauman: "La società dell'incertezza", Il Mulino, Bologna, 2018.

- Cornelius Castoriadis e Christopher Lasch: "La cultura dell'egoismo". L'anima umana sotto il capitalismo"; postfazione di Jean-Claude Michéa; Eléuthera, Milano, 2017.

 

Effetti del capitalismo sulla natura e sul vivente:

- Rachel Carson: "Primavera silenziosa", con introduzione di Al Gore; Feltrinelli, Milano, 1963-2020.

- James Lovelock: "Gaia. La Terra come unico organismo vivente capace di autoregolarsi", 1979; Bollati Boringhieri, Torino, 1981-2011.

- James Lovelock: "Le Nuove Età di Gaia", Bollati Boringhieri, Torino, 1991.

- Irenäus Eibl-Eibesfeldt: "L'uomo a rischio", Bollati Boringhieri, Torino, 1992

- Stan Steiner: "Uomo bianco scomparirai", Jaca Book, Milano, 1995.

- Manlio Dinucci: "Il potere nucleare. Storia di una follia da Hiroshima al 2015", prefazione di Giulietto Chiesa, Fazi, Roma, 2003.

- Jared Diamond: "Armi, acciaio e malattie. Breve storia del mondo negli ultimi tredicimila anni", Einaudi, Torino, 2005.

- Charles Clover: "Allarme pesce. Una risorsa in pericolo", Ponte delle Grazie, Milano, 2005.

- James Lovelock: "La rivolta di Gaia", Rizzoli, Milano, 2006.

- Fred Pearce: "Un pianeta senz'acqua. Viaggio nella desertificazione contemporanea", Il Saggiatore, Milano, 2006.

- Pascal Acot: "Catastrofi climatiche e disastri sociali", Donzelli, Roma, 2007.

- James Lovelock: "Gaia, ultimo atto", Felici Editore, Ghezzano, Pisa, 2012.

- Jean de Kervasdoué et Henri Voron: "Pour en finir avec les histoires d'eau. L'imposture hydrologique", Plon, Paris, 2012.

- Stefano Montanari: "Il pianeta impolverato", Arianna Editrice, Cesena, 2014.

- David Keith: "L'alternativa razionale. I pro e i contro dell'ingegneria climatica", Bollati Boringhieri, Torino, 2015.

- Rosalie Bertell: "Pianeta Terra. L'ultima arma di guerra", Asterios, Trieste, 2018.

 

Restando inteso che tutti i mali del mondo non possano ascriversi al capitalismo, è evidente che il capitalismo non produce automaticamente di per sé né una migliore qualità di vita, né il migliore dei mondi possibili.

 

[5] Manlio Dinucci: "Il potere nucleare. Storia di una follia da Hiroshima al 2015",  Fazi Editore, Roma, 2003.

- Angelo Baracca: "A volte ritornano: il nucleare. La proliferazione nucleare ieri, oggi e soprattutto domani", Jaka Book, Milano, 2005.

- Corrado Stefanachi: "La seconda era nucleare. Le armi nucleari dopo la fine della Guerra Fredda",  Franco Angeli Editore, Milano, 2007.

- Eric Schlosser: "Comando e controllo. Il mondo a un passo dall'apocalisse nucleare", Mondadori, Milano, 2015.

- Natalino Ronzitti:  "Lo stato del disarmo nucleare", IAI - Istituto Affari Internazionali, Osservatorio di Politica Internazionale, Note, n° 77, novembre 2017.

- Manlio Dinucci: "Guerra nucleare. Il giorno prima. Da Hiroshima a oggi: chi e come ci porta alla catastrofe",  Zambon Editore, 2017.

 

[6] Sebbene possa sembrare un libro votato al pessimismo, si veda di:

- Ugo Bardi:  “La Terra svuotata. Il futuro dell’uomo dopo l’esaurimento dei minerali”, Roma, 2011, in cui l’autore espone una strategia praticabile e vincente di fronte a questo grande problema in espansione.

 

[7] Sempre attuale ed illuminante a proposito, “Il Medio Evo Prossimo Venturo” di Roberto Vacca, che ringrazio per avermi fatto pervenire essendo esaurito nelle librerie; un libro sempre attuale per capire meglio il mondo contemporaneo, e fondamentale per via delle tematiche in esso affrontate:

- Roberto Vacca: "Medioevo prossimo venturo. La degradazione dei grandi sistemi", Mondadori, Milano, 1997.

 

[8] Riferimenti sull’esaurimento delle riserve di combustibili fossili e nucleari:

- Richard Heinberg: "La festa è finita. La scomparsa del petrolio, le nuove guerre, il futuro dell'energia", Fazi Editore, Roma, 2004.

- Paul Roberts: "Dopo il petrolio. Sull'orlo di un mondo pericoloso", Einaudi, Torino, 2008.

 

[9] Sul cambiamento climatico e sul surriscaldamento globale, ricordiamo che il clima è di per sé mutevole, per definizione "cambia"; per esempio a quanto pare ai tempi dell'antico impero romano faceva molto più caldo di adesso, lo stesso dicasi in Europa tra l'anno Mille e il Quattrocento ca. E poi tenuto conto che i tempi geofisici della Terra sono ben più grandi dei nostri "piccoli" tempi storici, e tenendo presente che usciamo da una glaciazione terminata circa 12.000 anni fa, non c'è da sorprendersi se l'attuale tendenza al riscaldamento globale si accentuerà e se si protrarrà per molto tempo, cioè per secoli o quello che sarà. In altre parole in termini geofisici non è che la sera c'era la glaciazione e all'improvviso la mattina dopo un bel calduccio. Sono processi che durano millenni e molto di più, ancora poco conosciuti, con molte variabili in gioco, tant'è che allo stato attuale non è possibile fare previsioni sull'inizio della prossima glaciazione. In termini probabilistici i geofisici ci dicono che stiamo vivendo in un'era geologica interglaciale. Ed è su questo scenario naturale che poi si inseriscono le varie attività umane che producono i ben noti effetti nocivi inquinanti devastanti sull'ambiente. Con un intero pianeta ridotto ad una discarica di veleni. Insomma il processo di riconversione industriale ad un'economia verde è ancora molto lontano dalla meta finale quantomeno di una riduzione significativa dell'inquinamento ambientale.

 

[10] Si tratta di stime e comunque basate su dati aleatori, per via anche anche dell'occultamento delle cifre reali strategiche di ciascuna nazione e da parte di ciascuna nazione; per cui risulta ancora più difficile stabilire il numero esatto della popolazione mondiale, anche in un ampio lasso di tempo. Comunque prendendo per buono il dato di una popolazione mondiale assestata alla fine del 2020 in circa 7.800.000.000 persone e tenendo conto dell'estensione delle terre emerse pari a ca. 149.000.000 chilometri quadrati, si hanno così in media ca. 19.000 mq., cioè quasi 2 ettari a testa per ogni abitante della Terra, inclusi deserti, ghiacciai, montagne, vale a dire un'area quadrata di soli 138 x 138 metri di lato per ciascun abitante. Se poi consideriamo la superficie agricola utilizzata, ogni abitante del pianeta ne dispone idealmente in media ca. 6.300 mq., cioè un lotto di 80 metri di lato, quindi "a sensazione" sembrerebbero abbastanza per sfamare tutti. Ma nei prossimi decenni bisognerà nutrire qualche miliardo di persone in più.

 

[11] Vedi ad esempio, sulle possibili catastrofi naturali incombenti sulla Terra, del geofisico inglese:

-Bill McGuire: “Guida alla fine del mondo”, Raffaello Cortina Ed., Milano 2003. Nonché:

-Jared Diamond: "Collasso. Come le società scelgono di morire o vivere", Einaudi, Torino, 2007.

-Charles Clover: "Allarme pesce. Una risorsa in pericolo", Ponte delle Grazie, Milano, 2005. Op. cit..

 

[12] Sul fenomeno demografico e i limiti dello sviluppo:

- Giovanni Sartori: “La terra scoppia. Sovrappopolazione e sviluppo”, Rizzoli Ed., Milano 2003.

- Donella Meadows e AA.VV.: “Rapporto sui limiti dello sviluppo”, Massacchuset Institute of Technology dal Club di Roma, 1972, con aggiornamenti successivi del 1992 e 2004.

 

[13] Dambisa Moyo: "La carità che uccide. Come gli aiuti dell'Occidente stanno devastando il Terzo mondo", Rizzoli, Milano, 2011.

   [ omissis ]

 

 

 

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ACKNOWLEDGMENTS

Even the longest journey begins with a first step! Systemic Habitats is on line since the 18th of May 2012. This website was created to publish online my ebook "Towards another habitat" on the contemporary architecture and urbanism. Later many other contents were added. For their direct or indirect contribution to its realisation, we would like to thank: Roberto Vacca, Marco Pizzuti, Fiorenzo and Raffaella Zampieri, Antonella Todeschini, All the Amici di Marco Todeschini, Ecaterina Bagrin, Stefania Ciocchetti, Marcello Leonardi, Joseph Davidovits, Frédéric Davidovits, Rossella Sinisi, Pasquale Cascella, Carlo Cesana, Filippo Schiavetti Arcangeli, Laura Pane, Antonio Montemiglio, Patrizia Piras, Bruno Nicola Rapisarda, Ruberto Ruberti, Marco Cicconcelli, Ezio Prato, Sveva Labriola, Rosario Francalanza, Giacinto Sabellotti, All the Amici di Gigi, Ruth and Ricky Meghiddo, Natalie Edwards, Rafael Schmitd, Nicola Romano, Sergio Bianchi, Cesare Rocchi, Henri Bertand, Philippe Salgarolo, Paolo Piva, Norbert Trenkle, Gaetano Giuseppe Magro, Carlo Blangiforti, Mario Ludovico, Riccardo Viola, Giulio Peruzzi, and last but not least Ahmed Elgazzar.   M.L.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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