Extermination

 

 

and other

 

 

 

 

don't forget me

Immagine tratta dalla copertina del libro "Se questo è un uomo" di Primo Levi,

Einaudi Editore, Torino 1958-2014.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

The Woman who has forgiven the Nazis

La donna che ha perdonato i nazifascisti

Il film perduto del Ghetto di Varsavia

BIBLIOGRAFIA  /  BIBLIOGRAPHIE  /  BIBLIOGRAPHY

 

  • Primo Levi: "Survival in Auschwitz: If This Is a Man",  BN Publishing, 2007.
  • Original in Italian: "Se questo è un uomo", Giulio Einaudi Editore, Torino 1958-2014.

Survival in Auschwitz: If This Is a Man is a book written by the Italian author, Primo Levi. It describes his experiences in the concentration camp at Auschwitz during the Second World War.  Levi, then a 25-year-old chemist, spent 10 months in Auschwitz before the camp was liberated by the Red Army. Of the 650 Italian Jews in his shipment, Levi was one of only twenty who left the camps alive. The average life expectancy of a new entrant was three months. This truly amazing story offers a revealing glimpse into the realities of the Holocaust and its effects on our world.

 

 

 

 

  • Anne Frank: "The Diary of a Young Girl", Random House Books, 2015. 

The autobiographical reminiscences of a young Jewish girl coming of age during World War II describes her life in hiding from the Nazis and offers a poignant study of the tragedy of the Holocaust. Reprint.

 

  • Italian version: Anne Frank: "Diario", Einaudi Editore, Torino, 1954-2014.

 

  • Anne Frank: "Diario. Edizione integrale", Newton Compton Editore, Torino, 2016.

Anne nasce a Francoforte sul Meno nel 1929, da genitori di origine ebraica, a pochi anni di distanza dalla sorella Margot. Nel 1933, preoccupata per la politica razziale della Germania nazista, la famiglia si trasferisce ad Amsterdam. Quando anche l'Olanda viene occupata dall'esercito tedesco, per i Frank diventa sempre più complicato non farsi trovare durante i rastrellamenti. Il padre di Anne decide perciò di nascondersi insieme alla famiglia in un alloggio ricavato nel retro della sua fabbrica, accogliendo anche Hermann van Pels con la moglie e il figlio Peter e, poco dopo, il dentista Fritz Pfeffer. Nell'Alloggio segreto, Anne prosegue la stesura del suo diario personale (ricevuto in regalo il giorno del suo tredicesimo compleanno), come un epistolario indirizzato a un'amica immaginaria. Vi annota pensieri e riflessioni intime, racconta quello che accade ogni giorno: la paura della guerra, i suoi sentimenti per Peter, il conflitto con i genitori e il desiderio di diventare una scrittrice una volta tornata la pace. Purtroppo il 4 agosto del 1944, in seguito alla soffiata di un informatore fatta alla Sicherheitsdienst, la polizia tedesca di Amsterdam, il gruppo viene arrestato e deportato ad Auschwitz. Anne e la sorella Margot verranno poi trasferite a Bergen-Belsen, dove troveranno la morte tra il febbraio e il marzo dell'anno seguente. Introduzione di Paolo Di Paolo.

 

 

  • Helga Deen, "Dit is om nooit meer te vergeten", Original in Dutch, Regional Archief Tilburg, Amsterdam, 2007.
  • German version: "Wenn mein Wille stirbt, sterbe ich auch", Perfect Paperback, 2008.
  • Italian version: "Non dimenticarmi. Diario dal lager di una adolescenza perduta", BUR Saggi Rizzoli Ed., Milano, 2009-2010.

"Amore, finora tutto va molto meglio del previsto." È il 1° giugno 1943, Helga Deen, giovane ebrea olandese appena deportata al campo di raccolta di Vught, comincia ad annotare le impressioni sulla vita di prigionia, nel suo diario e nelle lettere al suo ragazzo Kees van den Berg. Non sa che pochi giorni la separano dalla morte, che presto un nuovo convoglio condurrà lei e la sua famiglia a Westerbork e poi a Sobibór, dove li attende la camera a gas. Ma sa di essere protagonista di una tragedia e ripone nell'inseparabile quaderno le sue speranze di diciottenne determinata a non rinunciare alla vita, a scrivere per non lasciarsi annullare: anche lei vedrà bambini stipati nei vagoni in arrivo, pratiche umilianti, esecuzioni di massa e l'abiezione degli animi avviliti; ma giorno per giorno annoterà sensazioni e sentimenti, ricordi e aspettative, in cerca di un senso. Helga e Kees non si sarebbero mai rivisti. Al giovane non sarebbe rimasto di lei che il diario, miracolosamente passato oltre le mura del campo di Vught, una ciocca di capelli, qualche lettera inviata dalla prigionia e l'amarezza di vedersi rispedire al mittente le ultime parole d'amore. "Pare che qui ci si dimentichi tutto", dice Helga, ma la sua scrittura sfida l'oblio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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1933-1945,

ex Nazi Germany

 

 

 

 

 

 

 

  • George L. Mosse: "Toward the Final Solution: A History of European Racism", New York, 1978. 
  • Italian version: "Il razzismo in Europa. Dalle origini all'olocausto", Laterza Ed., 2007.

Individuate le radici del razzismo nell'ambiente culturale illuministico, nel naturalismo scientifico come nel pietismo religioso, Mosse ne segue il diramarsi nei vari movimenti letterari, scientifici, politici nell'Europa dell'Ottocento e del Novecento, fino a ricostruire le tappe e i modi in cui i nazisti arrivarono alle esecuzioni in massa degli ebrei. Mosse è stato uno storico del nazismo e del fascismo, di cui ha contribuito a rinnovare l'interpretazione. Ha insegnato nell'Università di Madison (Wisconsin) e nell'Università ebraica di Gerusalemme.

 

 

  • Götz Aly: "Why the Germans? Why the Jews? Envy, Race Hatred, and the Prehistory of the Holocaust", 2015.
  • Original in German: " Warum die Deutschen? Warum die Juden? Gleichheit, Neid und Rassenhass 1800-1933", S. Fisher Verlag GmbH, Frankfurt am Main, 2011. 
  • Italian version: "Perché i tedeschi? Perché gli ebrei? Uguaglianza, invidia e odio razziale 1800-1933", Eirnaudi Editore, Torino, 2013.

Da molti anni Götz Aly si interroga sul passato nazionalsocialista e ogni volta arriva a risposte scomode e inquietanti. Chi voglia conoscere meglio la storia tedesca del Novecento deve confrontarsi necessariamente con i risultati delle sue ricerche. All'inizio del XIX secolo gli ebrei tedeschi seppero cogliere le opportunità offerte dalla nuova libertà economica. Essi si riversarono nelle professioni allora emergenti: divennero commercianti, imprenditori, medici, avvocati, banchieri e giornalisti. Inoltre garantirono ai propri figli un'istruzione di buon livello: intorno al 1900, in Germania, gli studenti ebrei che conseguivano la maturità erano otto volte di più dei loro compagni cristiani. La reazione dei tedeschi, più lenti nella loro ascesa sociale, fu caratterizzata da invidia e gelosia: sostennero la necessità di proteggere i cristiani, non gli ebrei; cercarono appoggio e conforto nella collettività, tentarono di accrescere la loro autostima denigrando gli altri gli ebrei. Questo libro si allontana dai consueti modelli concettuali sulle origini della barbarie nazista. Götz Aly indaga e descrive con lucidità le radici più profonde dell'antisemitismo omicida, radici che affondano nel cuore pulsante della storia e della società tedesca.

 

 

  • Viktor Emil Frankl: "Ein Psychologe erlebt das Konzentrationslager", First edition in German, Austria, 1946. 
  • Italian version: "Uno psicologo nei lager", Edizioni Ares, 2013.

Solo i "consumatori" della cultura - scrisse Gabriel Marcel nella prefazione all'edizione francese - potrebbero scambiare questo libro per un'ulteriore e ormai tardiva testimonianza sui campi di concentramento. C'è molto di più: avendo vissuto personalmente l'estrema abiezione dei Lager, l'autore insegna che se vivere è sofferenza, sopravvivere è trovare il senso di questa sofferenza. È questa l'esperienza che lo condusse alla scoperta della logoterapia, il trattamento psicoterapeutico che l'ha reso famoso in tutto il mondo. Frankl, credente e ottimista, che a sedici anni interessò Freud, il quale ne pubblicò un saggio sul Giornale internazionale di psicanalisi, con olfatto sano annusa il senso della vita anche là dove lo si nega, e invita a vincere nell'oggi, insieme con il relativismo ideologico assolutista, che è stato il "male del secolo XX", ogni cieco determinismo scientifico-naturale, difendendo la libertà umana in una splendida fenomenologia dell'amore. Di una felicità narrativa quasi insospettabile in uno psichiatra, il libro è stato tradotto in tutto il mondo (oltre 10 milioni di copie vendute) ed è stato dichiarato per quattro volte libro dell'anno dalle università degli Stati Uniti.

 

  • Samuel D. Kassow: "Chi scriverà la nostra storia? L'archivio ritrovato del ghetto di Varsavia", Mondadori, Milano, 2009.

Nel 1940, mentre la Polonia veniva inglobata nel Terzo Reich e per gli ebrei polacchi iniziava una tragica parabola che avrebbe avuto una conclusione terribile, Emanuel Ringelblum fondò a Varsavia un'organizzazione clandestina votata a raccogliere e conservare tutti i documenti che potevano raccontare la storia della comunità ebraica sotto i nazisti. Man mano che la Soluzione finale si sviluppava, lui e i suoi compagni misero insieme un archivio preziosissimo e insieme spaventoso, in cui si trova la cronaca della graduale distruzione di un popolo. Nonostante arresti, deportazioni e uccisioni, l'archivio continuò a crescere durante tutta la seconda guerra mondiale e anche se il suo ideatore scomparve, come tutta la sua famiglia, nei campi di sterminio nazisti, prima della fine riuscì a mettere in salvo migliaia di documenti nascondendoli in bidoni per il latte e in scatole di alluminio. Dopo la fine della guerra, solo tre delle molte persone che avevano lavorato all'archivio erano sopravvissute, ma la testimonianza di quella incredibile raccolta non era andata perduta.

 

  • Noemi Szac-Wajnkranc e Leon Weliczker: "I diari del ghetto di Varsavia. Le storie dei coraggiosi che non si piegarono", Res Gestae Editore, 2013.

I diari di Nöemi Szac-Wajnkranc e di Leon Weliczker rappresentano documenti preziosissimi, di eccezionale valore umano e storico. Un ricco racconto della vita del Ghetto in quegli anni e della sua tragica eroica resistenza. Tra le esecuzioni, le epidemie, la fame e le brutalità efferate, nella perenne incertezza - in ogni minuto - della vita e della morte, il Ghetto di Varsavia, prima di insorgere, vive, lavora. La sua gente ama, trepida, pecca, s'arrabatta, traffica, prega; cura il decoro e quelle piccole vanità nel vestiario e nello stile di vita cui è così umanamente legata la stima che si ha di se stessi. Noemi Szac-Wajnkranc (ragazza ebrea di Varsavia, che, deportata, morirà nel 1945) scrive diari in bella calligrafia su quaderni ben ordinati, indossa i mantelli bianchi per celebrare la festa religiosa della riconciliazione, organizza temerari contrabbandi e perfino dancing e ristoranti dove, a pochissima distanza da macerie e fosse scavate talora dalle stesse vittime prima di essere uccise, vi sono marmi eleganti e dove musicisti e attori suonano e recitano brani preparati e studiati con scrupolo tra una fucilazione e l'altra. Queste testimonianze fanno parte dell'eredità lasciataci da un gruppo di intellettuali ebrei che tennero una cronaca minuziosa degli avvenimenti quotidiani: un materiale inestimabile che per anni fu nascosto e recuperato intatto dopo la guerra, sotto le macerie.

 

  • Hannah Arendt: "Eichmann in Jerusalem", Lotte Kohler, 1992.
  • Italian version:  "La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme", Giangiacomo Feltrinelli Editore, 1964-2014.

Un libro scomodo che pone domande che non avremmo mai voluto porci e che dà risposte che non hanno la rassicurante certezza dei ragionamenti manichei. Un libro che per questo provocò, al suo comparire, nel 1963, accese discussioni e pesanti critiche all'autrice.

Otto Adolf Eichmann, figlio di Karl Adolf e di Maria Schefferling, catturato in un sobborgo di Buenos Aires la sera dell'11 maggio 1960, trasportato in Israele nove giorni dopo e tradotto dinanzi al Tribunale distrettuale di Gerusalemme l'11 aprile 1961, doveva rispondere di 15 imputazioni. Aveva commesso, in concorso con altri, crimini contro il popolo ebraico e numerosi crimini di guerra sotto il regime nazista. L'autrice assiste al dibattimento in aula e negli articoli scritti per il "New Yorker", sviscera i problemi morali, politici e giuridici che stanno dietro il caso Eichmann. Il Male che Eichmann incarna appare nella Arendt "banale", e perciò tanto più terribile, perché i suoi servitori sono grigi burocrati.

 

  • Sarah Helm: "Ravensbrück: Life and Death in Hitler's Concentration Camp for Women", 2016. 
  • Italian version: "Il cielo sopra l'inferno. La drammatica storia vera di Ravensbrück, il campo di concentramento nazista per sole donne", Newton Compton Editori, 2017.

Maggio 1939. Centinaia di donne - casalinghe, dottoresse, cantanti d'opera, politiche, prostitute -, provenienti da un carcere comune, raggiunsero prima in treno e poi su camion un luogo nascosto nei boschi a nord di Berlino. Attraversarono, poi, gli enormi cancelli di ferro tra gli insulti, le urla, i latrati dei cani e le percosse delle guardie. Erano le prime prigioniere di Ravensbrück, il nuovo campo di concentramento femminile "modello" ideato da Heinrich Himmler. In sei anni vi furono rinchiuse 130.000 donne, provenienti da più di venti Paesi in tutta Europa. Erano di diversa estrazione, nazionalità, credo politico; solo poche tra loro erano ebree: Ravensbrück serviva ai nazisti per eliminare tutti "gli esseri inferiori" Zingare, esponenti della Resistenza, nemiche politiche vere o presunte, disabili, "pazze" dovettero sopportare privazioni, sevizie, malattie, lavori forzati, esperimenti "medici" ed esecuzioni sommarie. Negli ultimi mesi di guerra il lager divenne un campo di sterminio, perché era necessario far sparire in fretta "le prove" della sua reale funzione ed entro l'aprile del 1945 vi vennero trucidate tra le 30.000 e le 90.000 donne, molte con i loro bambini. Per anni, fino alla fine della Guerra Fredda, la verità su Ravensbrück è rimasta nascosta. Grazie a interviste esclusive e documenti inediti, Sarah Helm ci offre una vivida ricostruzione e una testimonianza di uno dei capitoli più tristi della nostra storia.

 

  • Helga Schneider: "La baracca dei tristi piaceri. Il sesso forzato come strategia del nazismo", Salani Editore, Milano, 2009.

«Stava lì, l’aguzzina delle SS, capelli biondi e curati, il rossetto sulla bocca dura, l’uniforme impeccabile... Stava lì e pronunciò con sordida cattiveria: “Ho letto sulla tua scheda che eri la puttana di un ebreo. È meglio che ti rassegni: d’ora in poi farai la puttana per cani e porci”». Così racconta l’anziana Frau Kiesel all’ambiziosa scrittrice Sveva, dando voce a un dramma lungamente taciuto: quello delle prigioniere dei lager nazisti selezionate per i bordelli costruiti all’interno stesso dei campi di concentramento, con l’ipocrita e falsa giustificazione di voler limitare l’omosessualità tra i deportati. Donne i cui corpi venivano esposti ai sadici abusi delle SS e dei prigionieri maschi – spesso veri e propri relitti umani – che malgrado tutto preferivano rinunciare a un pezzo di pane per scambiarlo con pochi minuti di sesso. Donne che alla fine della guerra, schiacciate dall’umiliazione e dalla solitudine, invece di denunciare quella tragedia fecero di tutto per nasconderla e seppellirla dentro di sé. In questo nuovo capitolo della memoria storica personale e collettiva, Helga Schneider continua, con lucidità e compassione, ma anche con implacabile giudizio, a dare testimonianza di ciò che è accaduto perché non si ripeta mai più, e a rendere un coraggioso omaggio alle donne che in tutti i tempi e in tutti i luoghi subiscono la violenza degli uomini, delle leggi, della Storia.

 

  • Gitta Sereny: "Into That Darkness: From Mercy Killing to Mass Murder", a study of Franz Stangl, the commandant of Treblinka; 1974. 
  • Italian version: "In quelle tenebre", Adelphi Editore, Milano, 1975-1994.

Le tenebre a cui ci introduce questo libro sono quelle che circondano gli uomini a cui fu affidato lo sterminio degli ebrei. Al centro di esse è la figura di Franz Stangl, oscuro poliziotto austriaco che, attraverso una carriera ‘normale’ e agghiacciante, divenne capo del campo di Treblinka, in Polonia, dove più di un milione di persone trovò la morte. Gitta Sereny ebbe con lui una lunga serie di colloqui nel 1971, nel carcere di Düsseldorf – e poche ore dopo l’ultimo di questi colloqui Stangl moriva d’infarto. All’inizio, sospettoso, poi sempre più aperto nel ricordare la sua vita, Stangl disegna già con le sue risposte un profilo incancellabile di sordido ‘uomo d’ordine’, obbediente a un’etica del «lavoro ben fatto», coinvolto passo per passo, prima nel cosiddetto «programma di eutanasia», con cui Hitler negli anni 1939-1941 si era proposto di eliminare pazzi e minorati, infine nella messa in atto del genocidio degli ebrei. Ma non è solo una nuova immagine della insondabile ‘mediocrità del male’, contrassegno del nostro tempo, quella che Stangl ci fa apparire: con lo stesso puntiglio che aveva dedicato anni prima a eseguire, in uniforme bianca da cavallerizzo, ciò che riteneva suo «dovere», Stangl dà qui concretezza all’orrore: forse mai come nella sua descrizione di Treblinka è apparso con tale evidenza il funzionamento della macchina infernale dei campi di sterminio.

Gitta Sereny ha voluto poi controllare in ogni particolare la testimonianza di Stangl: con un meticoloso e testardo lavoro d’incastro, ha interrogato la moglie e le figlie, ha seguito le tracce di molti colleghi di lui nelle SS, spesso insolenti nella loro sicura immunità, infine ha ritrovato i pochissimi sopravvissuti di Treblinka, che qui rievocano la famosa rivolta del campo. Leggendo queste sorprendenti conversazioni, si ha talvolta l’impressione di perdersi in un labirinto di menzogne, reticenze, ambiguità e silenzi, da cui sembra impossibile evadere, come se le cose di cui si parla non potessero non restare incommensurabili e velate. Ed è questo, forse, uno dei segni più sicuri della veridicità di questo libro, lettura sconvolgente che non si riesce ad abbandonare.

Ma, oltre che raccogliere preziose testimonianze, il libro della Sereny contiene anche una gravissima denuncia. Nel corso della sua ricerca, infatti, sono emerse le prove non solo della passività ma dell’acquiescenza della Chiesa cattolica verso il nazismo almeno in due occasioni: la prima è il «programma di eutanasia», che fu conosciuto e non condannato, anche se il parere della Chiesa era stato chiesto da Hitler, che ne temeva le reazioni; la seconda è la fuga di nazisti dall’Europa subito dopo la fine della guerra: fuga che, non solo nel caso di Stangl ma di numerosi altri, avvenne con l’aiuto di alte autorità ecclesiastiche a Roma.

In quelle tenebre è apparso per la prima volta nel 1974.

 

  • Simon Wiesenthal: "The Sunflower: On the Possibilities and Limits of Forgiveness", 1998. 
  • Italian version: "Il girasole. I limiti del perdono", Garzanti Libri Editore, 2006.

Nel 1942, a Leopoli, una SS morente chiede ad un ebreo il perdono per i crimini che ha commesso. A rifiutare questa grazia al giovane nazista è Simon Wiesenthal, che dopo la guerra diventerà l'implacabile "cacciatore dei nazisti" . A distanza di tempo quel rifiuto continua a turbare Wiesenthal: ne discute con gli amici, va a visitare l'anziana madre della SS, infine decide di raccontare quella vicenda per chiedere e sé stesso e ad altri testimoni e intellettuali se ha commesso un errore, negando il perdono.

 

 

  • Nikolaus Daniel Wachsmann: "KL: storia dei campi di concentramento nazisti", Mondadori Editore, Milano, 2016.

Nel marzo del 1933, appena due mesi dopo la presa del potere da parte di Hitler, Heinrich Himmler, il nuovo capo della polizia di Monaco, diede l'annuncio di aver scelto una fabbrica in disuso nei pressi di Dachau per farne un campo di concentramento per i prigionieri politici. Poche settimane dopo, le SS presero il controllo del posto, un capannone circondato da filo spinato, in grado di contenere non più di 223 prigionieri. Dopo questo modesto inizio, il sistema dei campi di concentramento crebbe fino a diventare un vastissimo panorama di terrore, che comprendeva 22 campi principali e l.200 satelliti sparsi tra la Germania e l'Europa controllata dai nazisti. All'inizio del 1945 i campi tedeschi contenevano circa 700.000 persone provenienti da tutta Europa. Lì morirono due milioni di uomini. In questo libro, lo storico tedesco Nikolaus Wachsmann ricostruisce la storia del sistema dei campi di concentramento tedeschi, le violenze, gli abusi, i massacri, facendo rivivere un'epoca atroce attraverso le vicende di quanti vi furono rinchiusi e lì tragicamente morirono.

 

 

  • Elie Wiesel: "Night", English translation from Yiddish, 1960. 
  • Italian version: "La notte", Giuntina Editore, 1995-2007.

Una testimonianza atroce e pulsante della morte di Dio, nell'anima di un bambino.

"Ciò che affermo è che questa testimonianza, che viene dopo tante altre e che descrive un abominio del quale potremmo credere che nulla ci è ormai sconosciuto, è tuttavia differente, singolare, unica. (...) Il ragazzo che ci racconta qui la sua storia era un eletto di Dio. Non viveva dal risveglio della sua coscienza che per Dio, nutrito di Talmud, desideroso di essere iniziato alla Cabala, consacrato all'Eterno. Abbiamo mai pensato a questa conseguenza di un orrore meno visibile, meno impressionante di altri abomini, ma tuttavia la peggiore di tutte per noi che possediamo la fede: la morte di Dio in quell'anima di bambino che scopre tutto a un tratto il male assoluto?", dalla Prefazione di F. Mauriac.

 

  • Vasilji Grossman: "L'inferno di Treblinka", traduzione di Claudia Zonghetti, Adelphi Ed., Milano, 2010.

La più terribile fabbrica della morte nazista nel primo reportage dai campi, uscito nel 1944 sulla rivista «Znamja» e firmato dal più popolare e seguito corrispondente di guerra dell'Armata Rossa: Vasilij Grossman.   

 

 

  • Raul Hilberg: "The Destruction of the European Jews", Yale University Press, U.S.A., 2003; originally published in 1961. 
  • Italian version: "La distruzione degli Ebrei d'Europa", Volumi I e II", Piccola Biblioteca Einaudi, Torino, 2017.

"La distruzione degli ebrei d'Europa" è considerato uno dei maggiori contributi alla comprensione del meccanismo burocratico-amministrativo e militare che ha consentito lo sterminio di quasi sei milioni di Ebrei. Raul Hilberg, attenendosi scrupolosamente a centinaia di migliaia di documenti, ha ricostruito tutte le tappe del lungo cammino che ha condotto il nazismo a realizzare la «soluzione finale della questione ebraica». Dalla messa in luce degli antecedenti culturali su cui si fondava l'antisemitismo europeo e tedesco alle soglie del Novecento, fino alla promulgazione delle leggi razziali di Norimberga, tutto viene passato al setaccio: decreti, sentenze, leggi, verbali di riunioni, carteggi, diari personali, relazioni, rapporti militari e civili, fino alla ricostruzione degli intrecci complessi che hanno consentito a un'intera società di dare il proprio quotidiano contributo allo sterminio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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1930-1960,

ex Soviet Union

 

 

 

 

 

 

 

  • Gulag; source: Wikipedia.

Matrioshka3010:

Campi di lavoro, lager, gulag e Kolyma:

facciamo chiarezza

 

 

Elton John - "Nikita", January 1985. 

By chance 4 years later the Berlin Wall falls.

 

 

  • Elinor Lipper: "Eleven Years In Soviet Prison Camps", Chicago, Illinois, 1951.
  • Italian version: "Undici anni nelle prigioni e nei campi di concentramento sovietici", La Nuova Italia Editore, Firenze, Italy, 1952.
  • German version: "Elf Jahre meines Lebens: Eine Frau in sowjetischen Gefängnissen und Lagern",  2008.

Elf Jahre (1937-1948) saß Elinor Lipper in sowjetischen Gefängnissen und Lagern. In ihrem bewegenden und intelligenten Bericht legt sie Zeugnis von einem vergessenen Kapitel der deutschen Geschichte ab.

"Dieses Buch bedeutete für mich ein wichtiges Ereignis. Und das wird es, wie ich annehme, für jeden sein, der es ohne Vorbehalt liest. Das Buch ist ein Zeugnis menschlicher Leidensfähigkeit, wenn sie bis an die Grenze des überhaupt Vorstellbaren getrieben wird, und es ist im gleichen Ausmaß ein konkretes historisches Dokument, das unsere Kenntnis der entsetzlichen Widersprüche vervollständigt, die in unserer Zeit bestehen." Elinor Lipper

 

 

 

  • Aleksandr Solzhenitsyn: "The Gulag Archipelago", Vintage UK, 2002.

The Gulag Archipelago is Solzhenitsyn's masterwork, a vast canvas of camps, prisons, transit centres and secret police, of informers and spies and interrogators and also of heroism, a Stalinist anti-world at the heart of the Soviet Union where the key to survival lay not in hope but in despair. The work is based on the testimony of some two hundred survivors, and on the recollection of Solzhenitsyn's own eleven years in labour camps and exile. It is both a thoroughly researched document and a feat of literary and imaginative power. This edition has been abridged into one volume at the author's wish and with his full co-operation.

  • In Italian: Alexsandr Solzenicyn: "Arcipelago gulag", Mondadori, 2017.

Dal Circolo polare artico alle steppe del Caspio, dalla Moldavia alle miniere d'oro della Kolyma in Siberia, le "isole" del Gulag - l'organismo che gestiva i campi d'internamento nell'Unione Sovietica - formavano un invisibile arcipelago, popolato da milioni di cittadini sovietici. Nei Gulag è vissuta o ha trovato fine o si è formata un'"altra" Russia, quella di cui non parlavano le versioni ufficiali, e di cui Solzenicyn, per primo, ha cominciato a scrivere la storia. In un fitto intreccio di esperienze dirette, di apporti memorialistici, di minuziose ricostruzioni dove non un solo nome o luogo o episodio è fittizio, «Arcipelago Gulag» racchiude una tragica cronaca di quella che è stata la vita del popolo sovietico "del sottosuolo" dal 1918 al 1956. Un'opera corale che ha visto la luce per la prima volta a Parigi nel 1973. Questa edizione recepisce sia le aggiunte e integrazioni apportate al testo dallo stesso Solzenicyn nel 1980 sia i successivi interventi volti a esplicitare nomi e luoghi effettuati nell'edizione curata da sua moglie nel 2006.

 

  • In German: Alexsander Solschenizyn: "Der Archipel GULAG I", Fischer Taschenbuch, 2008.

In den drei Bänden seines monumentalen Werks »Der Archipel GULAG« hat Solschenizyn die Geschichte des GULAG, dieses Reichs des Terrors, mit der dokumentarischen Sorgfalt eines Historikers und der Sprachgewalt eines großen Epikers aufgezeichnet. »Was die vorliegenden Seiten enthalten, ist keine Beschreibung des Lagerlebens, sondern eine politische Vorgeschichte, die Chronik der Entstehung dieses unheimlichen Inselreichs …« (Neue Zürcher Zeitung)

 

 

 

  • Anne Applebaum: "Gulag. Storia dei campi di concentramento sovietici", Mondadori, 2017.

L'"arcipelago Gulag", l'ampia e fitta rete di campi di concentramento sovietici, è affiorato alla coscienza del mondo solo nel 1973, con la pubblicazione del romanzo autobiografico di Aleksandr Solzenicyn. Da allora, e in particolare dopo il crollo dell'Unione Sovietica, documenti a lungo tenuti nascosti hanno gettato nuova luce sul ruolo svolto dal gulag: oltra a essere lo strumento repressivo di ogni forma di opposizione politica e sociale, esso fu l'arma segreta di Stalin, che fece del lavoro coatto la base dell'industrializzazione del paese. In questo libro Anne Applebaum ricostruisce il sistema sovietico dei campi, dalla sua nascita subito dopo la Rivoluzione d'ottobre al suo smantellamento negli anni ottanta.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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1943-1945,

ex Yugoslavia

 

 

 

 

 

 

  • Foibe; source: Wikipedia.
  • Gianni Oliva: "Foibe. Le stragi negate degli italiani della Venezia Giulia e dell'Istria",  Mondadori, 2017.

Dopo la fine della guerra, tra il maggio e il giugno 1945, migliaia di italiani della Venezia Giulia, dell'Istria e della Dalmazia vengono uccisi dall'esercito jugoslavo del maresciallo Tito, molti di loro sono gettati nelle "foibe", che si trasformano in grandi fosse comuni, molti altri deportati nei campi della Slovenia e della Croazia, dove muoiono di stenti e di malattie. Le stragi si inquadrano in una strategia politica mirata a colpire tutti coloro che si oppongono all'annessione delle terre contese alla nuova Jugoslavia: cadono collaborazionisti e militi della repubblica di Salò, ma anche membri dei comitati di liberazione nazionale, partigiani combattenti, comunisti contrari alle cessioni territoriali e cittadini comuni.

 

 

  • Frediano Sessi: "Foibe rosse. Vita di Norma Cossetto uccisa in Istria nel '43",  Marsilio, 2007.

Norma Cassetto venne gettata ancora viva nella foiba di Villa Surani nella notte tra il 4 e il 5 ottobre del 1943. Aveva ventitré anni ed era iscritta al quarto anno di lettere e filosofia, all'Università di Padova. I suoi assassini, partigiani di Tito, che dopo il crollo del regime fascista tentano di prendere il potere in Istria non hanno pietà della sua giovinezza e innocenza e, prima di ucciderla, la violentano brutalmente. L'assassinio di Norma Cossetto e di tutti quegli uomini e quelle donne che furono infoibati o morirono a causa delle torture subite, annegati in mare per mano dei "titini" mostra verso quale orizzonte ci si dirige "quando si ritiene che la verità della vita è lotta, e che non tutti gli esseri umani sono provvisti della medesima dignità".

 

 

  • Jan Bernas: "Ci chiamavano fascisti. Eravamo italiani. Istriani, fiumani e dalmati: storie di esuli e rimasti",  Mursia, 2011.

Alla fine della Seconda guerra mondiale migliaia di italiani di Istria, Fiume e Dalmazia si trovano senza alcuna difesa di fronte all'odio etnico-nazionalista del regime di Tito, deciso a jugoslavizzare quei territori. In 350mila fuggono, per essere accolti in Italia tra diffidenza e indifferenza. Altri decidono di rimanere, riscoprendosi giorno dopo giorno stranieri a casa propria. A questi si aggiungono gli italiani del controesodo: comunisti partiti alla volta della Jugoslavia per costruire il Sol dell'avvenire. Un sogno finito nei campi di concentramento titini. Paradossalmente, tutti subiscono la stessa accusa: "Fascisti!". Gli esuli, perché in fuga dal paradiso socialista. I rimasti, perché italiani. In questo libro sono raccolte le testimonianze dei protagonisti di questa odissea: le loro parole prendono per mano il lettore e lo accompagnano lungo tutto il cammino che condusse un popolo con lingua e tradizioni comuni a dividersi irrimediabilmente. Un cono di luce che si accende su una pagina di storia italiana troppo spesso dimenticata o raccontata solo attraverso gli opportunismi della politica.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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1976-1983,

Argentina

 

 

 

 

 

  • Gennaro Carotenuto: "Todo cambia. Figli di desparecidos e fine dell'impunità in Argentina, Cile e Uruguay",  Mondadori Educational, 2015.

Cosa hanno in comune Sofia Prats, figlia di un alto ufficiale dell'Esercito cileno, e Jessica Tapia, figlia di un minatore comunista? Entrambi i loro padri furono assassinati da Augusto Pinochet e dal Terrorismo di Stato delle dittature latinoamericane. Attraverso la storia orale, la metodologia che aiuta a capire come le persone comuni abbiano affrontato i grandi passaggi delle loro epoche, leggiamo le testimonianze originali, a volte drammatiche, a volte serene, su come i figli dei desaparecidos in Argentina, Cile e Uruguay abbiano preso in mano le loro vite. La storiografia serve così a sciogliere stereotipi consolidati sul Continente. "Todo cambia", come canta Mercedes Sosa. Decenni di lotte per la verità e la giustizia fanno sì che oggi molti dei torturatori e assassini che negli anni Settanta aprirono le vene dell'America Latina, dopo processi esemplari, qui studiati attraverso fonti giudiziarie inedite, stiano pagando per i loro crimini suturando le ferite di una società intera.

 

 

  • Horacio Verbitsky: "Il volo. Le rivelazioni di un militare pentito sulla fine dei desparecidos",  Fandango Libri, 2017.

"Sono stato all'ESMA. Le voglio parlare." Così inizia una delle interviste più importanti per la storia dell'Argentina contemporanea e per il mondo intero. Adolfo Scilingo, capitano di corvetta, ex membro dell'apparato repressivo che ha detenuto il potere in Argentina dal 1976 al 1983, confessa pubblicamente e per la prima volta al giornalista Horacio Verbitsky che alcuni desaparecidos venivano gettati in mare da un aereo dopo essere stati narcotizzati. Fino al 1995, anno in cui "Il volo" è stato pubblicato in Argentina, solo le vittime della repressione avevano denunciato quest'orribile modalità di eliminazione dei detenuti politici. Punto di svolta nella conoscenza e nell'analisi della storia recente del paese, "Il volo" ha rappresentato anche uno strumento probatorio fondamentale nel corso del processo condotto dal giudice spagnolo Baltasar Garzón contro lo stesso intervistato. Nell'aprile del 2005 Scilingo è stato condannato a 640 anni di carcere da un tribunale spagnolo.

 

 

  • AA. VV.: "Desparecidos. La sentenza italiana contro i militari argentini",  Manifestolibri, 2001.

Tra le decine di migliaia di vittime del regime militare argentino, numerose erano italiane. I parenti di alcune di queste vittime si sono costituiti parte civile contro i militari responsabili della scomparsa dei propri conuigi. Il processo celebrato in Italia si è concluso con una sentenza di condanna. Questo volume ripercorre le agghiaccianti vicende ricostruite nel corso del processo e analizza i dispositivi giuridici e i punti di vista etici che hanno consentito di perseguire i crimini della dittatura militare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  • Amartya Sen: "Identity and Violence. The Illusion of Destiny", W.W. Norton & Company, New York-London, 2006. 

In this sweeping philosophical work, Amartya Sen proposes that the murderous violence that has riven our society is driven as much by confusion as by inescapable hatred. Challenging the reductionist division of people by race, religion, and class, Sen presents an inspiring vision of a world that can be made to move toward peace as firmly as it has spiraled in recent years toward brutality and war.

 

  • German edition: Amartya Sen: "Die Identitätsfalle: Warum es keinen Krieg der Kulturen gibt", übersetzt von Friedrich Griese. C.H. Beck, München, 2007.

Gibt es einen "Krieg der Kulturen" zwischen dem Westen und dem Islam? Die einen sagen, wir sind bereits mitten in diesem Krieg, die anderen hoffen, den Konflikt durch einen Dialog der Kulturen entschärfen zu können. Amartya Sen zeigt in seinem Buch, daß die falsche Illusion einer einzigen Identität diesen "Krieg der Kulturen" konstruiert und zugleich fatal vorantreibt. Während die Welt zunehmend aufgeteilt wird in Blöcke aus Religionen, Kulturen oder Zivilisationen, geraten uns andere Faktoren des menschlichen Daseins wie Klasse, Geschlecht, Bildung, Beruf, Sprache, Kunst, Wissenschaft, Moral oder Politik immer mehr aus dem Blick. Globale Bemühungen, der eskalierenden Gewalt Einhalt zu gebieten, scheitern zudem an einer Konzeptlosigkeit, die das direkte Resultat dieser undifferenzierten und eindimensionalen Konstruktion von Identität ist. Wenn die Beziehungen zwischen menschlichen Individuen auf einen "Krieg der Kulturen" reduziert werden, dann schnappt die "Identitätsfalle" zu. Menschen, die eine Fülle von Identitätsmerkmalen haben, werden auf ein einziges reduziert und verschwinden in kleinen übersichtlichen Schubladen. Das Geschäft der Fundamentalisten besteht in dieser Miniaturisierung menschlicher Existenz, mit der alle Ideologie der Gewalt ihren Anfang nimmt. Doch Amartya Sen zeigt nicht nur, wie die Spirale aus Identität und Gewalt entsteht, sondern auch, wie sie durchbrochen werden kann. Denn niemand ist zu einer einzigen Identität verdammt, jeder kann seine Persönlichkeit gestalten und mitbestimmen. Sens brillante Analyse von Multikulturalismus, Postkolonialismus, Fundamentalismus, Terrorismus und Globalisierung macht vor allem eines klar: Die Welt kann sich ebenso in Richtung Frieden bewegen, wie sie jetzt auf Gewalt und Krieg hinzusteuern scheint.

 

 

  • Italian version:  Amartya Sen: "Identità e violenza", Laterza Ed., Bari, 2006-2008.

Nel 1944 a Dhaka, nel Bengala che ancora faceva parte dell'India, un bambino di 11 anni vide arrivare nel giardino di casa un uomo gravemente ferito che implorava un sorso d'acqua. Colpevole solo d'essere musulmano, era stato linciato per strada da alcuni indù. Amartya Sen, il bambino della mia storia, non ha mai dimenticato quell'episodio. Da allora il futuro premio Nobel per l'economia ha imparato a diffidare di quelle categorie collettive - religione, razza, nazione, lingua - che hanno la pretesa di definire in maniera irrevocabile che cosa sia un individuo e di vedere in questa "minimizzazione dell'essere umano" - come lui la chiama - un seme di brutalità e di violenza. "E l'uomo dov'era?" dice un verso del Canto Generale di Neruda. È la domanda che sembra porsi Amartya Sen in ciascuna delle pagine di questo libro. Mario Vargas Llosa

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ACKNOWLEDGMENTS

Even the longest journey begins with a first step! Systemic Habitats is online since the 18th of May 2012. This website was created to publish online my ebook "Towards another habitat" on the contemporary architecture and urbanism. Later many other contents were added. For their direct or indirect contribution to its realisation, we would like to thank: Roberto Vacca, Marco Pizzuti, Fiorenzo and Raffaella Zampieri, Antonella Todeschini, All the Amici di Marco Todeschini, Ecaterina Bagrin, Stefania Ciocchetti, Marcello Leonardi, Joseph Davidovits, Frédéric Davidovits, Rossella Sinisi, Pasquale Cascella, Carlo Cesana, Filippo Schiavetti Arcangeli, Laura Pane, Antonio Montemiglio, Patrizia Piras, Bruno Nicola Rapisarda, Ruberto Ruberti, Marco Cicconcelli, Ezio Prato, Sveva Labriola, Rosario Francalanza, Giacinto Sabellotti, All the Amici di Gigi, Ruth and Ricky Meghiddo, Natalie Edwards, Rafael Schmitd, Nicola Romano, Sergio Bianchi, Cesare Rocchi, Henri Bertand, Philippe Salgarolo, Paolo Piva, Norbert Trenkle, Gaetano Giuseppe Magro, Carlo Blangiforti, Mario Ludovico, Riccardo Viola, Giulio Peruzzi, Ahmed Elgazzar, and last but not least the kind Staff of 1&1. M.L.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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