HOLOCAUST

 

 

don't not forget me

Immagine tratta dalla copertina del libro "Se questo è un uomo" di Primo Levi,

Einaudi Editore, Torino 1958-2014.

The Woman who has forgiven the Nazis

La donna che ha perdonato i nazifascisti

Il film perduto del Ghetto di Varsavia

 

 

 

 

BIBLIOGRAPHY

 

 

  • Primo Levi: "Survival in Auschwitz: If This Is a Man",  BN Publishing, 2007. Original in Italian: "Se questo è un uomo", Giulio Einaudi Editore, Torino 1958-2014.

Survival in Auschwitz: If This Is a Man is a book written by the Italian author, Primo Levi. It describes his experiences in the concentration camp at Auschwitz during the Second World War.  Levi, then a 25-year-old chemist, spent 10 months in Auschwitz before the camp was liberated by the Red Army. Of the 650 Italian Jews in his shipment, Levi was one of only twenty who left the camps alive. The average life expectancy of a new entrant was three months. This truly amazing story offers a revealing glimpse into the realities of the Holocaust and its effects on our world.

  • Anne Frank: "The Diary of a Young Girl", Random House Books, 2015.  Italian version: Anne Frank: "Diario", Einaudi Editore, Torino, 1954-2014.

The autobiographical reminiscences of a young Jewish girl coming of age during World War II describes her life in hiding from the Nazis and offers a poignant study of the tragedy of the Holocaust. Reprint.

  • Anne Frank: "Diario. Edizione integrale", Newton Compton Editore, Torino, 2016.

Anne nasce a Francoforte sul Meno nel 1929, da genitori di origine ebraica, a pochi anni di distanza dalla sorella Margot. Nel 1933, preoccupata per la politica razziale della Germania nazista, la famiglia si trasferisce ad Amsterdam. Quando anche l'Olanda viene occupata dall'esercito tedesco, per i Frank diventa sempre più complicato non farsi trovare durante i rastrellamenti. Il padre di Anne decide perciò di nascondersi insieme alla famiglia in un alloggio ricavato nel retro della sua fabbrica, accogliendo anche Hermann van Pels con la moglie e il figlio Peter e, poco dopo, il dentista Fritz Pfeffer. Nell'Alloggio segreto, Anne prosegue la stesura del suo diario personale (ricevuto in regalo il giorno del suo tredicesimo compleanno), come un epistolario indirizzato a un'amica immaginaria. Vi annota pensieri e riflessioni intime, racconta quello che accade ogni giorno: la paura della guerra, i suoi sentimenti per Peter, il conflitto con i genitori e il desiderio di diventare una scrittrice una volta tornata la pace. Purtroppo il 4 agosto del 1944, in seguito alla soffiata di un informatore fatta alla Sicherheitsdienst, la polizia tedesca di Amsterdam, il gruppo viene arrestato e deportato ad Auschwitz. Anne e la sorella Margot verranno poi trasferite a Bergen-Belsen, dove troveranno la morte tra il febbraio e il marzo dell'anno seguente. Introduzione di Paolo Di Paolo.

  • Helga Deen, "Dit is om nooit meer te vergeten", Original in Dutch, Regional Archief Tilburg, Amsterdam, 2007. German version: "Wenn mein Wille stirbt, sterbe ich auch", Perfect Paperback, 2008. Italian version: "Non dimenticarmi. Diario dal lager di una adolescenza perduta", BUR Saggi Rizzoli Ed., Milano, 2009-2010.

"Amore, finora tutto va molto meglio del previsto." È il 1° giugno 1943, Helga Deen, giovane ebrea olandese appena deportata al campo di raccolta di Vught, comincia ad annotare le impressioni sulla vita di prigionia, nel suo diario e nelle lettere al suo ragazzo Kees van den Berg. Non sa che pochi giorni la separano dalla morte, che presto un nuovo convoglio condurrà lei e la sua famiglia a Westerbork e poi a Sobibór, dove li attende la camera a gas. Ma sa di essere protagonista di una tragedia e ripone nell'inseparabile quaderno le sue speranze di diciottenne determinata a non rinunciare alla vita, a scrivere per non lasciarsi annullare: anche lei vedrà bambini stipati nei vagoni in arrivo, pratiche umilianti, esecuzioni di massa e l'abiezione degli animi avviliti; ma giorno per giorno annoterà sensazioni e sentimenti, ricordi e aspettative, in cerca di un senso. Helga e Kees non si sarebbero mai rivisti. Al giovane non sarebbe rimasto di lei che il diario, miracolosamente passato oltre le mura del campo di Vught, una ciocca di capelli, qualche lettera inviata dalla prigionia e l'amarezza di vedersi rispedire al mittente le ultime parole d'amore. "Pare che qui ci si dimentichi tutto", dice Helga, ma la sua scrittura sfida l'oblio.

  • Viktor Emil Frankl: "Ein Psychologe erlebt das Konzentrationslager", First edition in German, Austria, 1946. Italian version: "Uno psicologo nei lager", Edizioni Ares, 2013.

Solo i "consumatori" della cultura - scrisse Gabriel Marcel nella prefazione all'edizione francese - potrebbero scambiare questo libro per un'ulteriore e ormai tardiva testimonianza sui campi di concentramento. C'è molto di più: avendo vissuto personalmente l'estrema abiezione dei Lager, l'autore insegna che se vivere è sofferenza, sopravvivere è trovare il senso di questa sofferenza. È questa l'esperienza che lo condusse alla scoperta della logoterapia, il trattamento psicoterapeutico che l'ha reso famoso in tutto il mondo. Frankl, credente e ottimista, che a sedici anni interessò Freud, il quale ne pubblicò un saggio sul Giornale internazionale di psicanalisi, con olfatto sano annusa il senso della vita anche là dove lo si nega, e invita a vincere nell'oggi, insieme con il relativismo ideologico assolutista, che è stato il "male del secolo XX", ogni cieco determinismo scientifico-naturale, difendendo la libertà umana in una splendida fenomenologia dell'amore. Di una felicità narrativa quasi insospettabile in uno psichiatra, il libro è stato tradotto in tutto il mondo (oltre 10 milioni di copie vendute) ed è stato dichiarato per quattro volte libro dell'anno dalle università degli Stati Uniti.

  • Samuel D. Kassow: "Chi scriverà la nostra storia? L'archivio ritrovato del ghetto di Varsavia", Mondadori, Milano, 2009.

Nel 1940, mentre la Polonia veniva inglobata nel Terzo Reich e per gli ebrei polacchi iniziava una tragica parabola che avrebbe avuto una conclusione terribile, Emanuel Ringelblum fondò a Varsavia un'organizzazione clandestina votata a raccogliere e conservare tutti i documenti che potevano raccontare la storia della comunità ebraica sotto i nazisti. Man mano che la Soluzione finale si sviluppava, lui e i suoi compagni misero insieme un archivio preziosissimo e insieme spaventoso, in cui si trova la cronaca della graduale distruzione di un popolo. Nonostante arresti, deportazioni e uccisioni, l'archivio continuò a crescere durante tutta la seconda guerra mondiale e anche se il suo ideatore scomparve, come tutta la sua famiglia, nei campi di sterminio nazisti, prima della fine riuscì a mettere in salvo migliaia di documenti nascondendoli in bidoni per il latte e in scatole di alluminio. Dopo la fine della guerra, solo tre delle molte persone che avevano lavorato all'archivio erano sopravvissute, ma la testimonianza di quella incredibile raccolta non era andata perduta.

  • Noemi Szac-Wajnkranc e Leon Weliczker: "I diari del ghetto di Varsavia. Le storie dei coraggiosi che non si piegarono", Res Gestae Editore, 2013.

I diari di Nöemi Szac-Wajnkranc e di Leon Weliczker rappresentano documenti preziosissimi, di eccezionale valore umano e storico. Un ricco racconto della vita del Ghetto in quegli anni e della sua tragica eroica resistenza. Tra le esecuzioni, le epidemie, la fame e le brutalità efferate, nella perenne incertezza - in ogni minuto - della vita e della morte, il Ghetto di Varsavia, prima di insorgere, vive, lavora. La sua gente ama, trepida, pecca, s'arrabatta, traffica, prega; cura il decoro e quelle piccole vanità nel vestiario e nello stile di vita cui è così umanamente legata la stima che si ha di se stessi. Noemi Szac-Wajnkranc (ragazza ebrea di Varsavia, che, deportata, morirà nel 1945) scrive diari in bella calligrafia su quaderni ben ordinati, indossa i mantelli bianchi per celebrare la festa religiosa della riconciliazione, organizza temerari contrabbandi e perfino dancing e ristoranti dove, a pochissima distanza da macerie e fosse scavate talora dalle stesse vittime prima di essere uccise, vi sono marmi eleganti e dove musicisti e attori suonano e recitano brani preparati e studiati con scrupolo tra una fucilazione e l'altra. Queste testimonianze fanno parte dell'eredità lasciataci da un gruppo di intellettuali ebrei che tennero una cronaca minuziosa degli avvenimenti quotidiani: un materiale inestimabile che per anni fu nascosto e recuperato intatto dopo la guerra, sotto le macerie.

  • Hannah Arendt: "Eichmann in Jerusalem", Lotte Kohler, 1992. Italian version:  "La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme", Giangiacomo Feltrinelli Editore, 1964-2014.

Un libro scomodo che pone domande che non avremmo mai voluto porci e che dà risposte che non hanno la rassicurante certezza dei ragionamenti manichei. Un libro che per questo provocò, al suo comparire, nel 1963, accese discussioni e pesanti critiche all'autrice.

Otto Adolf Eichmann, figlio di Karl Adolf e di Maria Schefferling, catturato in un sobborgo di Buenos Aires la sera dell'11 maggio 1960, trasportato in Israele nove giorni dopo e tradotto dinanzi al Tribunale distrettuale di Gerusalemme l'11 aprile 1961, doveva rispondere di 15 imputazioni. Aveva commesso, in concorso con altri, crimini contro il popolo ebraico e numerosi crimini di guerra sotto il regime nazista. L'autrice assiste al dibattimento in aula e negli articoli scritti per il "New Yorker", sviscera i problemi morali, politici e giuridici che stanno dietro il caso Eichmann. Il Male che Eichmann incarna appare nella Arendt "banale", e perciò tanto più terribile, perché i suoi servitori sono grigi burocrati.

  • Sarah Helm: "Ravensbrück: Life and Death in Hitler's Concentration Camp for Women", 2016.  Italian version: "Il cielo sopra l'inferno. La drammatica storia vera di Ravensbrück, il campo di concentramento nazista per sole donne", Newton Compton Editori, 2017.

Maggio 1939. Centinaia di donne - casalinghe, dottoresse, cantanti d'opera, politiche, prostitute -, provenienti da un carcere comune, raggiunsero prima in treno e poi su camion un luogo nascosto nei boschi a nord di Berlino. Attraversarono, poi, gli enormi cancelli di ferro tra gli insulti, le urla, i latrati dei cani e le percosse delle guardie. Erano le prime prigioniere di Ravensbrück, il nuovo campo di concentramento femminile "modello" ideato da Heinrich Himmler. In sei anni vi furono rinchiuse 130.000 donne, provenienti da più di venti Paesi in tutta Europa. Erano di diversa estrazione, nazionalità, credo politico; solo poche tra loro erano ebree: Ravensbrück serviva ai nazisti per eliminare tutti "gli esseri inferiori" Zingare, esponenti della Resistenza, nemiche politiche vere o presunte, disabili, "pazze" dovettero sopportare privazioni, sevizie, malattie, lavori forzati, esperimenti "medici" ed esecuzioni sommarie. Negli ultimi mesi di guerra il lager divenne un campo di sterminio, perché era necessario far sparire in fretta "le prove" della sua reale funzione ed entro l'aprile del 1945 vi vennero trucidate tra le 30.000 e le 90.000 donne, molte con i loro bambini. Per anni, fino alla fine della Guerra Fredda, la verità su Ravensbrück è rimasta nascosta. Grazie a interviste esclusive e documenti inediti, Sarah Helm ci offre una vivida ricostruzione e una testimonianza di uno dei capitoli più tristi della nostra storia.

  • Helga Schneider: "La baracca dei tristi piaceri. Il sesso forzato come strategia del nazismo", Salani Editore, Milano, 2009.

«Stava lì, l’aguzzina delle SS, capelli biondi e curati, il rossetto sulla bocca dura, l’uniforme impeccabile... Stava lì e pronunciò con sordida cattiveria: “Ho letto sulla tua scheda che eri la puttana di un ebreo. È meglio che ti rassegni: d’ora in poi farai la puttana per cani e porci”». Così racconta l’anziana Frau Kiesel all’ambiziosa scrittrice Sveva, dando voce a un dramma lungamente taciuto: quello delle prigioniere dei lager nazisti selezionate per i bordelli costruiti all’interno stesso dei campi di concentramento, con l’ipocrita e falsa giustificazione di voler limitare l’omosessualità tra i deportati. Donne i cui corpi venivano esposti ai sadici abusi delle SS e dei prigionieri maschi – spesso veri e propri relitti umani – che malgrado tutto preferivano rinunciare a un pezzo di pane per scambiarlo con pochi minuti di sesso. Donne che alla fine della guerra, schiacciate dall’umiliazione e dalla solitudine, invece di denunciare quella tragedia fecero di tutto per nasconderla e seppellirla dentro di sé. In questo nuovo capitolo della memoria storica personale e collettiva, Helga Schneider continua, con lucidità e compassione, ma anche con implacabile giudizio, a dare testimonianza di ciò che è accaduto perché non si ripeta mai più, e a rendere un coraggioso omaggio alle donne che in tutti i tempi e in tutti i luoghi subiscono la violenza degli uomini, delle leggi, della Storia.

  • Gitta Sereny: "Into That Darkness: From Mercy Killing to Mass Murder", a study of Franz Stangl, the commandant of Treblinka; 1974. Italian version: "In quelle tenebre", Adelphi Editore, Milano, 1975-1994.

Le tenebre a cui ci introduce questo libro sono quelle che circondano gli uomini a cui fu affidato lo sterminio degli ebrei. Al centro di esse è la figura di Franz Stangl, oscuro poliziotto austriaco che, attraverso una carriera ‘normale’ e agghiacciante, divenne capo del campo di Treblinka, in Polonia, dove più di un milione di persone trovò la morte. Gitta Sereny ebbe con lui una lunga serie di colloqui nel 1971, nel carcere di Düsseldorf – e poche ore dopo l’ultimo di questi colloqui Stangl moriva d’infarto. All’inizio, sospettoso, poi sempre più aperto nel ricordare la sua vita, Stangl disegna già con le sue risposte un profilo incancellabile di sordido ‘uomo d’ordine’, obbediente a un’etica del «lavoro ben fatto», coinvolto passo per passo, prima nel cosiddetto «programma di eutanasia», con cui Hitler negli anni 1939-1941 si era proposto di eliminare pazzi e minorati, infine nella messa in atto del genocidio degli ebrei. Ma non è solo una nuova immagine della insondabile ‘mediocrità del male’, contrassegno del nostro tempo, quella che Stangl ci fa apparire: con lo stesso puntiglio che aveva dedicato anni prima a eseguire, in uniforme bianca da cavallerizzo, ciò che riteneva suo «dovere», Stangl dà qui concretezza all’orrore: forse mai come nella sua descrizione di Treblinka è apparso con tale evidenza il funzionamento della macchina infernale dei campi di sterminio.

Gitta Sereny ha voluto poi controllare in ogni particolare la testimonianza di Stangl: con un meticoloso e testardo lavoro d’incastro, ha interrogato la moglie e le figlie, ha seguito le tracce di molti colleghi di lui nelle SS, spesso insolenti nella loro sicura immunità, infine ha ritrovato i pochissimi sopravvissuti di Treblinka, che qui rievocano la famosa rivolta del campo. Leggendo queste sorprendenti conversazioni, si ha talvolta l’impressione di perdersi in un labirinto di menzogne, reticenze, ambiguità e silenzi, da cui sembra impossibile evadere, come se le cose di cui si parla non potessero non restare incommensurabili e velate. Ed è questo, forse, uno dei segni più sicuri della veridicità di questo libro, lettura sconvolgente che non si riesce ad abbandonare.

Ma, oltre che raccogliere preziose testimonianze, il libro della Sereny contiene anche una gravissima denuncia. Nel corso della sua ricerca, infatti, sono emerse le prove non solo della passività ma dell’acquiescenza della Chiesa cattolica verso il nazismo almeno in due occasioni: la prima è il «programma di eutanasia», che fu conosciuto e non condannato, anche se il parere della Chiesa era stato chiesto da Hitler, che ne temeva le reazioni; la seconda è la fuga di nazisti dall’Europa subito dopo la fine della guerra: fuga che, non solo nel caso di Stangl ma di numerosi altri, avvenne con l’aiuto di alte autorità ecclesiastiche a Roma.

In quelle tenebre è apparso per la prima volta nel 1974.

  • Simon Wiesenthal: "The Sunflower: On the Possibilities and Limits of Forgiveness", 1998.  Italian version: "Il girasole. I limiti del perdono", Garzanti Libri Editore, 2006.

Nel 1942, a Leopoli, una SS morente chiede ad un ebreo il perdono per i crimini che ha commesso. A rifiutare questa grazia al giovane nazista è Simon Wiesenthal, che dopo la guerra diventerà l'implacabile "cacciatore dei nazisti" . A distanza di tempo quel rifiuto continua a turbare Wiesenthal: ne discute con gli amici, va a visitare l'anziana madre della SS, infine decide di raccontare quella vicenda per chiedere e sé stesso e ad altri testimoni e intellettuali se ha commesso un errore, negando il perdono.

  • Elinor Lipper: "Eleven Years In Soviet Prison Camps", Chicago, Illinois, 1951. Italian version: "Undici anni nelle prigioni e nei campi di concentramento sovietici", La Nuova Italia Editore, Firenze, Italy, 1952. German version: "Elf Jahre meines Lebens: Eine Frau in sowjetischen Gefängnissen und Lagern",  2008.

Elf Jahre (1937-1948) saß Elinor Lipper in sowjetischen Gefängnissen und Lagern. In ihrem bewegenden und intelligenten Bericht legt sie Zeugnis von einem vergessenen Kapitel der deutschen Geschichte ab.

"Dieses Buch bedeutete für mich ein wichtiges Ereignis. Und das wird es, wie ich annehme, für jeden sein, der es ohne Vorbehalt liest. Das Buch ist ein Zeugnis menschlicher Leidensfähigkeit, wenn sie bis an die Grenze des überhaupt Vorstellbaren getrieben wird, und es ist im gleichen Ausmaß ein konkretes historisches Dokument, das unsere Kenntnis der entsetzlichen Widersprüche vervollständigt, die in unserer Zeit bestehen." Elinor Lipper

  • Nikolaus Daniel Wachsmann: "KL: storia dei campi di concentramento nazisti", Mondadori Editore, Milano, 2016.

Nel marzo del 1933, appena due mesi dopo la presa del potere da parte di Hitler, Heinrich Himmler, il nuovo capo della polizia di Monaco, diede l'annuncio di aver scelto una fabbrica in disuso nei pressi di Dachau per farne un campo di concentramento per i prigionieri politici. Poche settimane dopo, le SS presero il controllo del posto, un capannone circondato da filo spinato, in grado di contenere non più di 223 prigionieri. Dopo questo modesto inizio, il sistema dei campi di concentramento crebbe fino a diventare un vastissimo panorama di terrore, che comprendeva 22 campi principali e l.200 satelliti sparsi tra la Germania e l'Europa controllata dai nazisti. All'inizio del 1945 i campi tedeschi contenevano circa 700.000 persone provenienti da tutta Europa. Lì morirono due milioni di uomini. In questo libro, lo storico tedesco Nikolaus Wachsmann ricostruisce la storia del sistema dei campi di concentramento tedeschi, le violenze, gli abusi, i massacri, facendo rivivere un'epoca atroce attraverso le vicende di quanti vi furono rinchiusi e lì tragicamente morirono.

  • Elie Wiesel: "Night", English translation from Yiddish, 1960.  Italian version: "La notte", Giuntina Editore, 1995-2007.

Una testimonianza atroce e pulsante della morte di Dio, nell'anima di un bambino.

"Ciò che affermo è che questa testimonianza, che viene dopo tante altre e che descrive un abominio del quale potremmo credere che nulla ci è ormai sconosciuto, è tuttavia differente, singolare, unica. (...) Il ragazzo che ci racconta qui la sua storia era un eletto di Dio. Non viveva dal risveglio della sua coscienza che per Dio, nutrito di Talmud, desideroso di essere iniziato alla Cabala, consacrato all'Eterno. Abbiamo mai pensato a questa conseguenza di un orrore meno visibile, meno impressionante di altri abomini, ma tuttavia la peggiore di tutte per noi che possediamo la fede: la morte di Dio in quell'anima di bambino che scopre tutto a un tratto il male assoluto?", dalla Prefazione di F. Mauriac.

  • Vasilji Grossman: "L'inferno di Treblinka", traduzione di Claudia Zonghetti, Adelphi Ed., Milano, 2010.

La più terribile fabbrica della morte nazista nel primo reportage dai campi, uscito nel 1944 sulla rivista «Znamja» e firmato dal più popolare e seguito corrispondente di guerra dell'Armata Rossa: Vasilij Grossman.   

 

 

 

 

 

  • George Fredrickson: "Racism: A Short History", Princeton University Press, 2002.  Italian version: "Breve storia del razzismo", Donzelli Ed., Roma, 2002-2005-2016.

Perché il XX secolo ha conosciuto le forme più estreme di razzismo istituzionalizzato? Perché le società egualitarie sono particolarmente esposte a violenti scontri razziali? Perché il razzismo non si è manifestato in Europa prima del XIV secolo? E come mai ha toccato il suo apice tra il XVIII e il XIX secolo? Sono solo alcune delle domande a cui uno dei più autorevoli storici americani prova a rispondere con questa densa e preziosa sintesi divenuta ormai un piccolo classico. Interrogativi resi più che mai urgenti dalle turbolenze del nostro presente. In tempi di presunti o evocati scontri di civiltà, di esodi di massa, di intolleranza montante verso le migliaia di migranti che attraversano ogni giorno le frontiere dell'Europa, la ricostruzione di Fredrickson ci aiuta ad andare alla radice del problema, in un'ottica storica comparativa. Con una rara miscela di capacità divulgativa, sintesi e intuito tagliente, questo prezioso volume ripercorre la storia del razzismo in Occidente dalle sue origini nel tardo medioevo sino ai giorni nostri. Prendendo le mosse dall'antisemitismo medievale, che escludeva gli ebrei dall'umanità, Fredrickson ricostruisce la diffusione del pensiero razzista sulla scia dell'espansionismo europeo e dell'inizio della tratta degli schiavi in Africa, fino a mostrare come l'Illuminismo prima e il nazionalismo ottocentesco poi abbiano creato un nuovo contesto intellettuale per il dibattito sulla schiavitù e l'emancipazione degli ebrei. Lo storico americano traccia per la prima volta negli studi sul fenomeno un confronto articolato tra il razzismo legato al colore della pelle dell'America del XIX secolo e il razzismo antisemita in Germania. Un'opera illuminante, che spicca non solo per l'originale paragone tra le due più significative forme del razzismo moderno - la supremazia bianca e l'antisemitismo - ma anche per la sua estrema leggibilità.

  • Wolfgang Reinhard: "A short history of colonialism", Manchester University Press, 2011. Italian version: "Storia del colonialismo", Einaudi Editore, 2002.

L'espansione territoriale dell'Europa negli ultimi seicento anni ha lasciato dietro di sé, una volta terminata la dominazione colonialistica, non solo orientamenti filosofici, innovazioni tecnologiche, espansione industriale e strutture statali, ma anche immensi problemi di ordine politico, economico e sociale, e continenti interamente trasformati. Il volume conduce il lettore alla scoperta delle modalità storiche del colonialismo e dei suoi rapporti con i nodi centrali del pensiero religioso e filosofico occidentale.

  • Francisco Bethencourt: "Racisms: From the Crusades to the Twentieth Century", Princeton University Press, 2013.   Italian version: "Razzismi. Dalle Crociate al XX secolo", Il Mulino Ed., 2017.

Il libro indaga le forme che il razzismo – inteso come pregiudizio concernente l’origine etnica dei popoli con relative politiche discriminatorie – ha preso nel corso della storia occidentale, dal Medioevo a oggi. Per l’autore il razzismo è un fenomeno relazionale, ossia il risultato di circostanze economiche o politiche specifiche. Nella storia europea vi sono tre svolte importanti: il momento delle crociate, di cui è un risvolto la discriminazione religiosa moderna dopo il Cinquecento, il momento delle scoperte geografiche e della mappatura delle civiltà, e il momento della costruzione delle società coloniali con le loro gerarchie, cui fa seguito il razzismo contemporaneo.

  • George L. Mosse: "Toward the Final Solution: A History of European Racism", New York, 1978.  Italian version: "Il razzismo in Europa. Dalle origini all'olocausto", Laterza Ed., 2007.

Individuate le radici del razzismo nell'ambiente culturale illuministico, nel naturalismo scientifico come nel pietismo religioso, Mosse ne segue il diramarsi nei vari movimenti letterari, scientifici, politici nell'Europa dell'Ottocento e del Novecento, fino a ricostruire le tappe e i modi in cui i nazisti arrivarono alle esecuzioni in massa degli ebrei. Mosse è stato uno storico del nazismo e del fascismo, di cui ha contribuito a rinnovare l'interpretazione. Ha insegnato nell'Università di Madison (Wisconsin) e nell'Università ebraica di Gerusalemme.

  • Enzo Pennetta: "Inchiesta sul darwinismo. Come si costruisce una teoria. Scienza e potere dall'imperialismo britannico alle politiche ONU", Siena, Italy, 2011.

La rivoluzione scientifica iniziata all'alba del XVI secolo era destinata a segnare un cambiamento profondo nella storia europea. In Inghilterra Francis Bacon pensava ad una scienza al servizio del potere. Il nascente impero britannico, ispirandosi all'utopia proposta da Bacon nella "Nuova Atlantide" e alla successiva visione del "Leviathan" di Thomas Hobbes, si dotava nel 1660 dello strumento adatto: la Royal Society. Quando nel XIX secolo la teoria economica di Thomas Malthus venne fatta propria dall'Inghilterra coloniale e capitalista, il naturalista Charles Darwin la pose come fondamento della sua teoria sull'origine delle specie conferendole dignità scientifica. Da quel momento la teoria darwiniana avrebbe costituito un paradigma indissolubilmente legato alle dinamiche imperialistiche e neoimperialistiche veicolate anche attraverso le politiche ONU. Una teoria scientifica che per motivo è stata "blindata" dalla Royal Society e da altre istituzioni impedendo che potesse essere seriamente messa in discussione.

  • Enzo Pennetta: "L'ultimo uomo. Malthus, Darwin, Huxley e l'invenzione dell'antropologia capitalista", Roma, 2017.

Dalle teorie sulla popolazione di Thomas Robert Malthus alla lotta per la sopravvivenza dell'evoluzionismo darwiniano. Dall'eugenetica al Brave New World di Aldous Huxley. Dalla Royal e la Fabian Society fino al ruolo delle ong nelle "rivoluzioni colorate". Dal new age fino allo gnosticismo dei guru della Silicon Valley. Al confine con una prosa narrativa, questo saggio va affrontato come si affronta un noir in letteratura e un thriller nel cinema. È una storia di intrighi, di scoperte, di ipotesi, di manipolazioni, ma è anche il racconto della nascita dell'ideologia progressista, a partire dai sogni e le utopie di Francis Bacon e Auguste Comte fino ai più recenti esperimenti di ingegneria sociale: il birth control e la teoria gender. Dietro questa meta-narrazione prometeica che ha fatto di tecnica e libertà un unico concetto, sì manifesta la creazione di un grande dispositivo di dominio e di controllo sociale. L'obiettivo è l'invenzione di un modello antropologico del tutto nuovo. Prefazione di Lorenzo Vitelli.

  • Antonello La Vergata: "Colpa di Darwin? Razzismo, eugenetica, guerra e altri mali", UTET Editore, Torino, 2009.

Davvero Darwin ha degradato l'uomo? Davvero le sue idee hanno giustificato, direttamente o indirettamente, l'egoismo, la sopraffazione, il razzismo, la guerra, l'imperialismo, il colonialismo, il delirio nazista? O è stato frainteso e strumentalizzato? Fra gli estremi di chi lo vuole responsabile di ogni male e di chi ne fa una specie di santino c'è di mezzo la complessità della storia. Siamo sicuri di conoscerla? Di non proiettare su vicende poco note alcune certezze infondate? Siamo sicuri di conoscere non solo che cosa ha veramente detto Darwin ma anche quello che hanno veramente detto coloro che ne hanno invocato il nome, ne hanno usato le idee e si sono misurati con le sue teorie e le loro implicazioni? Questo libro vuole dissipare malintesi e stimolare a confrontarsi con la complessità della storia delle idee: è un invito a leggere e capire, invece di emettere sentenze.

  • Giorgia Brambilla: "Il mito dell'uomo perfetto. Le origini culturali della mentalità eugenetica", If Press, 2009.

Le pratiche eugenetiche furono messe in atto solo dagli scienziati di Hitler? L'ottimismo positivista e le organizzazioni statuali liberal-democratiche dell'Ottocento furono davvero così immuni dal controllo eugenetico della popolazione? E oggi a chi tocca migliorare la vita? Quel compito di ricercare l'uomo perfetto, che prima era toccato a politiche di Stato o alla mano di dittatori, ora chi lo svolge e perché? L'"eliminazione dei difettosi", che da Galton è passata a politiche di "igiene pubblica" e poi alla tragedia nazista, come e dove avviene oggi? La risposta a tali domande è possibile se si considera l'eugenetica attraverso un approccio antropologico, ovvero analizzando nei vari ambiti storico-culturali quella visione riduttivista e biologista dell'essere umano che caratterizza l'eugenetica. Visione, profondamente svilente, che riduce l'essere umano al suo patrimonio genetico e che questa ricerca intende descrivere a partire dalle sue origini culturali, dimostrando che l'eugenetica è presente anche nel mondo contemporaneo sottoforma di mentalità, per poi mostrarne le gravi conseguenze sull'individuo e sulla società, con particolare riferimento al mondo della Bioetica.

  • Lucetta Scaraffia: "Per una storia dell'eugenetica. Il pericolo delle buone intenzioni", Morcelliana Editore, 2012.

L'eugenetica non è solo una teoria scientificamente controversa che ha dato luogo, in molti casi, a una pratica biopolitica crudele. È piuttosto un importante orientamento culturale - messo in luce in queste pagine da Lucetta Scaraffi a e Oddone Camerana - che ha segnato la nascita della divulgazione scientifica e di nuove élites intellettuali, gli scienziati, protagonisti o collaboratori indispensabili di proposte politiche. Un movimento la cui presenza, sommessa ma tenace, si ritrova anche nella letteratura dell'Otto e Novecento: in molte opere, e non solo nei libri (anche di narrativa) dedicati a temi eugenetici, come sottofondo discreto ma persistente. Dal suo legame con la modernità è impossibile prescindere, anche per chi vorrebbe cancellare ogni ricordo dell'eugenetica come se fosse stata solo prerogativa del nazismo. Per questo l'eugenetica, di cui si cerca qui di ricostruire, a due voci, il profilo storico e letterario, rappresenta anche oggi una trama culturale viva, con cui dobbiamo fare i conti.

  • Francesco Cassata: "Molti, sani e forti. L'eugenetica in Italia", Bollati Boringhieri Editore, Torino, 2006.

A lungo considerata esclusivamente nella sua versione anglo-americana o tedesco-scandinava, l'eugenetica è oggi concepita dagli storici della scienza come un fenomeno culturale, sociale e politico di ampia portata internazionale. Al caso italiano è dedicato questo volume, che ne analizza in chiave comparativa la rilevanza internazionale e gli sviluppi interni, nel periodo compreso fra gli inizi del Novecento e gli anni settanta. Un arco di tempo nel quale l'eugenetica ha progressivamente cambiato volto: dal problema della responsabilità riproduttiva dell'individuo nei confronti della società si è passati al riconoscimento dell'autonomia riproduttiva dell'individuo all'interno del rapporto medico-paziente.  

  • George L. Mosse: "The Image of Man: The Creation of Modern Masculinity", Oxford University Press, 1996. Italian version: "L'immagine dell'uomo. Lo stereotipo maschile nell'epoca moderna", Einaudi Editore, 1997.

Il "vero uomo" dev'essere coraggioso, audace, freddo davanti al pericolo; forte e abile fisicamente, ma anche onesto e cortese. Non deve lamentarsi, non deve perdere il controllo delle proprie emozioni. Questo lo stereotipo positivo che si afferma a partire dalla fine del Settecento, nell'Ottocento diventa un luogo comune, e sopravvive fino ai giorni nostri senza vere trasformazioni. L'ideale virile ha avuto un ruolo importante nella formazione dell'idea di nazionalità, e poi nella costruzione del fascismo e del nazismo, ma anche dei "socialismi reali", la cui iconografia è ricca di uomini di ferro.

  • Götz Aly: "Why the Germans? Why the Jews? Envy, Race Hatred, and the Prehistory of the Holocaust", 2015. Original in German: " Warum die Deutschen? Warum die Juden? Gleichheit, Neid und Rassenhass 1800-1933", S. Fisher Verlag GmbH, Frankfurt am Main, 2011.  Italian version: "Perché i tedeschi? Perché gli ebrei? Uguaglianza, invidia e odio razziale 1800-1933", Eirnaudi Editore, Torino, 2013.

Da molti anni Götz Aly si interroga sul passato nazionalsocialista e ogni volta arriva a risposte scomode e inquietanti. Chi voglia conoscere meglio la storia tedesca del Novecento deve confrontarsi necessariamente con i risultati delle sue ricerche. All'inizio del XIX secolo gli ebrei tedeschi seppero cogliere le opportunità offerte dalla nuova libertà economica. Essi si riversarono nelle professioni allora emergenti: divennero commercianti, imprenditori, medici, avvocati, banchieri e giornalisti. Inoltre garantirono ai propri figli un'istruzione di buon livello: intorno al 1900, in Germania, gli studenti ebrei che conseguivano la maturità erano otto volte di più dei loro compagni cristiani. La reazione dei tedeschi, più lenti nella loro ascesa sociale, fu caratterizzata da invidia e gelosia: sostennero la necessità di proteggere i cristiani, non gli ebrei; cercarono appoggio e conforto nella collettività, tentarono di accrescere la loro autostima denigrando gli altri gli ebrei. Questo libro si allontana dai consueti modelli concettuali sulle origini della barbarie nazista. Götz Aly indaga e descrive con lucidità le radici più profonde dell'antisemitismo omicida, radici che affondano nel cuore pulsante della storia e della società tedesca.

  • Raul Hilberg: "The Destruction of the European Jews", Yale University Press, U.S.A., 2003; originally published in 1961.  Italian version: "La distruzione degli Ebrei d'Europa", Volumi I e II", Piccola Biblioteca einaudi, Torino, 2017.

"La distruzione degli ebrei d'Europa" è considerato uno dei maggiori contributi alla comprensione del meccanismo burocratico-amministrativo e militare che ha consentito lo sterminio di quasi sei milioni di Ebrei. Raul Hilberg, attenendosi scrupolosamente a centinaia di migliaia di documenti, ha ricostruito tutte le tappe del lungo cammino che ha condotto il nazismo a realizzare la «soluzione finale della questione ebraica». Dalla messa in luce degli antecedenti culturali su cui si fondava l'antisemitismo europeo e tedesco alle soglie del Novecento, fino alla promulgazione delle leggi razziali di Norimberga, tutto viene passato al setaccio: decreti, sentenze, leggi, verbali di riunioni, carteggi, diari personali, relazioni, rapporti militari e civili, fino alla ricostruzione degli intrecci complessi che hanno consentito a un'intera società di dare il proprio quotidiano contributo allo sterminio.

 

 

 

 

 

 

  • Amartya Sen: "Identity and Violence. The Illusion of Destiny", W.W. Norton & Company, New York-London, 2006.  Italian version: "Identità e violenza", [identità etniche: la radice del razzismo], Laterza Ed., Bari, 2006-2008.

Nel 1944 a Dhaka, nel Bengala che ancora faceva parte dell'India, un bambino di 11 anni vide arrivare nel giardino di casa un uomo gravemente ferito che implorava un sorso d'acqua. Colpevole solo d'essere musulmano, era stato linciato per strada da alcuni indù. Amartya Sen, il bambino della mia storia, non ha mai dimenticato quell'episodio. Da allora il futuro premio Nobel per l'economia ha imparato a diffidare di quelle categorie collettive - religione, razza, nazione, lingua - che hanno la pretesa di definire in maniera irrevocabile che cosa sia un individuo e di vedere in questa "minimizzazione dell'essere umano" - come lui la chiama - un seme di brutalità e di violenza. "E l'uomo dov'era?" dice un verso del Canto Generale di Neruda. È la domanda che sembra porsi Amartya Sen in ciascuna delle pagine di questo libro. Mario Vargas Llosa

  • Guido Traversa: "Metafisica degli accidenti. Dalla logica alla spiritualità: il tessuto delle cose", Manifestolibri, Roma, 2004.

Che cos' e una singola cosa, un' azione, o un singolo evento storico, quale è la sua identità? Questa ricerca non riguarda solo le caratteristiche generali dell'esperienza, ma il peso che i dettagli, la loro molteplicità e le loro differenze hanno nella nostra attuale realtà naturale e storica. L'autore sostiene che la singola cosa è in sé piena di distinzioni, perché eterogenei sono i suoi componenti e perché si trasforma nel tempo, non in modo meccanico, ma attraverso l'intervento di tendenze contingenti. Proprio per render conto dell'innegabile mutevolezza della realtà naturale e sociale, l'autore propone una metafisica degli accidenti e della contingenza, una filosofia adeguata aIl'eterogeneità del reale.

  • Guido Traversa: "L'identità in sé distinta. Agitur sequitur esse", Editori Riuniti University Press, Università Europea di Roma, 2012.

L'agire segue dall'essere. Ma come? Quale nozione di identità personale può sostenere il peso di un agire libero? Quali sono alcune delle difficoltà alle quali le nostre azioni vengono esposte quando l'esperienza sembra condannarci ad una identità assoluta, senza scarti, tra il nostro essere e le condizioni in cui ci possiamo trovare? Una identità in sé distinta quali prospettive etiche e quasi di salvezza ci consentirebbe di vedere e praticare? In questo libro si cerca di impostare adeguatamente tali domande e di individuare un insieme di risposte fondate nel terreno di una filosofia capace di descrivere il tessuto che lega insieme l'identità e la distinzione nell'esperienza individuale come in quella sociale e storica. Capire cosa significa la figura sovratemporale di Giobbe, gli insegnamenti di Epitteto, la critica di Luigi Scaravelli, la bellezza dell'universo copernicano ci porta a individuare forme di realismo, che toccano le esigenze più attuali delle scienze umane e della filosofia.

  • Guido Traversa: "Dall'identità individuale all'identità della Storia. L'Antropologia teleologica in Kant", IF Press, Università Europea di Roma, 2016.

"Tre testi di Kant leggo e commento, da un punto di vista etico, politico e da ultimo estetico: Idea di una storia universale dal punto di vista cosmopolitico, Per la pace perpetua, se il genere umano sia in costante progresso verso il meglio. Li leggo e commento per trovare la possibilità di esperire, ancora una volta, il legame tra l'identità personale e l'identità della Storia del genere umano."

  • Zygmunt Bauman: "Intervista sull'identità",  a cura di Benedetto Vecchi, Editori Laterza, Bari, 2003.

L'identità nazionale è una costruzione storica e il caso italiano ne è una lampante dimostrazione: la globalizzazione la rende precaria. Ma precarie sono tutte le identità del mondo di oggi. Un tempo si parlava poco di questo tema, perché l'identità era garantita alla nascita. La società ne forniva una da cui era difficile uscire. Oggi invece è il luogo dell'ambivalenza. Anche quella politica è tutta da ridiscutere: cosa vuol dire oggi essere di destra o di sinistra? Il nostro pragmatismo ha espunto Dio dalla vita quotidiana: neanche a lui sappiamo più rivolgerci per dare senso alle cose che facciamo.

 

  • Mohandas Karamchand Gandhi: "An Autobiography or the Story of my Experiments with Truth".  Italian version: "La mia vita per la libertà. L'autobiografia del profeta della non-violenza", Newton Compton, 1973- 2014.

Il nome di Gandhi è ormai divenuto sinonimo di pace e forse mai come oggi è importante conoscerne il messaggio. In queste bellissime pagine il Mahatma analizza minuziosamente e offre al lettore la sua umile, operosa, quotidiana ricerca della verità, dalla quale emerge la grandiosa lezione morale che la sua presenza rappresenta nella storia contemporanea. L'autobiografia del profeta della non-violenza alla ricerca di una via per la verità: la via della pace e della fratellanza fra gli uomini.

 

  • Eknath Easwaran: "Nonviolent Soldier of Islam: Badshah Khan, a Man to Match His Mountains", 1984-1999. Italian version: "Badshah Khan. Il Gandhi musulmano", Sonda Editore, 2008.

Gli abitanti della Frontiera nordoccidentale dell'India, i pathan, erano un popolo dedito alla vendetta e alle faide tribali. Il potere imperiale a Delhi e a Londra li considerava dei selvaggi e pertanto riteneva lecito privarli anche dei diritti più elementari. Ciò nonostante, essi divennero l'"esercito dei khudai khidmatgar", i servi di Dio, centomila resistenti nonviolenti dalla sgargiante camicia rossa. Come ebbe a dire Gandhi, "Badshah Khan ottiene dai suoi seguaci, volontaria obbedienza. Non ha che da parlare, ed essi eseguono. La sua nonviolenza non è opportunistica. Vi mette tutto il suo cuore. Coloro che ne dubitano provino a vivere con lui come ho fatto io per cinque preziose settimane e le loro perplessità si dissolveranno come la rugiada al sole del mattino". Eknath Easwaran ripercorre, in modo narrativo, ma accuratamente documentato, la vita, i pensieri, gli incontri, le avventure e la profonda amicizia con Gandhi dello straordinario personaggio che riuscì a dare vita a questa rivoluzione nonviolenta: Badshah Khan. Dal 1919, quando aprì la sua prima scuola a Utmazai, egli ha servito, riformato e resistito alla tirannia inglese per più di settant'anni. Di tutti i brillanti leader che circondavano Gandhi, Badshah Khan era chi aveva meglio intuito la statura e il messaggio del maestro e che metteva in pratica tutti gli aspetti del suo insegnamento.

 

  • Nelson Mandela: "Long Walk to Freedom: The Autobiography of Nelson Mandela".  Italian version: "Lungo cammino verso la libertà. Autobiografia", Feltrinelli, 2013.

Dall'infanzia nelle campagne del Transkei alle township di Johannesburg, dalla prima militanza nell'Anc, attraverso ventisette anni di carcere, al Premio Nobel per la pace e alla presidenza del suo paese. "Il lungo cammino verso la libertà" di Nelson Mandela è il lungo cammino verso la libertà politica e la conquista di un valore irriducibile: la dignità dell'essere umano.

 

 

 

 

 

 

 

 number of  visitors from 2012 :

                    thanks for your visit

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ACKNOWLEDGMENTS

Even the longest journey begins with a first step! Systemic Habitats is online since the 18th of May, 2012. This website was created to publish online my ebook "Towards another habitat" on the contemporary architecture and urbanism; later many other contents were added. For their direct or indirect very important contribution to the realisation of this website, we would like to thank: Roberto Vacca, Marco Pizzuti, Fiorenzo and Raffaella Zampieri, Antonella Todeschini, Ecaterina Bagrin, Stefania Ciocchetti, Marcello Leonardi, Joseph Davidovits, Frédéric Davidovits, Rossella Sinisi, Pasquale Cascella, Carlo Cesana, Filippo Schiavetti Arcangeli, Laura Pane, Antonio Montemiglio, Patrizia Piras, Bruno Nicola Rapisarda, Ruberto Ruberti, Marco Cicconcelli, Ezio Prato, Sveva Labriola, Rosario Fracalanza, Giacinto Sabellotti, all the Amici di Gigi, Ruth and Ricky Meghiddo, Natalie Edwards, Rafael Schmitd, Nicola Romano, Sergio Bianchi, Cesare Rocchi, Henri Bertand, Philippe Salgarolo, Paolo Piva, Norbert Trenkle, Gaetano Giuseppe Magro, Carlo Blangiforti, Mario Ludovico, Riccardo Viola, Giulio Peruzzi, and last but not least the kind Staff of 1&1. M.L.

 

 

 

 

 

         e x t e r n a l    l i n k s :